Biancospino e tè verde: attività cardiovascolari, metabolismo e protezione dallo stress ossidativo

Biancospino e tè verde: attività cardiovascolari, metabolismo e protezione dallo stress ossidativo

Il rapporto tra piante medicinali e salute cardiovascolare ha una storia antica, ma la moderna ricerca scientifica ha progressivamente spostato l'attenzione dalle tradizioni d'uso alla caratterizzazione dei principi attivi, dei meccanismi biologici e degli effetti osservabili negli studi clinici. In questo contesto, il biancospino e il tè verde rappresentano due esempi particolarmente interessanti di piante ricche di composti polifenolici, capaci di interagire con differenti processi fisiologici.

Il biancospino, appartenente al genere Crataegus, viene tradizionalmente utilizzato nelle preparazioni destinate al sostegno della funzione cardiovascolare. Le specie maggiormente impiegate nella fitoterapia europea comprendono soprattutto Crataegus monogyna, Crataegus laevigata e loro preparazioni ottenute da foglie, fiori e, in alcuni casi, frutti.

L'interesse scientifico nei confronti del biancospino deriva soprattutto dalla presenza di una complessa miscela di composti bioattivi, tra cui flavonoidi, flavonoli e oligomeri procianidinici. Tra le molecole maggiormente studiate figurano vitexina, iperoside, rutina e procianidine oligomeriche.

L'attività biologica del biancospino non può essere attribuita con certezza a una singola molecola. Gli estratti vegetali rappresentano sistemi complessi nei quali diversi composti possono agire contemporaneamente su differenti bersagli molecolari. Questo costituisce anche una delle principali difficoltà nell'interpretazione degli studi clinici: preparazioni differenti possono avere composizioni differenti e, di conseguenza, non devono essere considerate automaticamente equivalenti.

Tra i meccanismi maggiormente studiati vi è l'influenza sulla funzione endoteliale e sul tono vascolare. Alcuni studi sperimentali suggeriscono che componenti del biancospino possano favorire meccanismi correlati alla produzione e alla biodisponibilità dell'ossido nitrico, una molecola fondamentale per la regolazione del tono dei vasi sanguigni.

L'ossido nitrico viene prodotto principalmente dall'endotelio vascolare e contribuisce alla vasodilatazione fisiologica. Alterazioni della funzione endoteliale possono essere associate a numerose condizioni cardiovascolari e metaboliche. I polifenoli presenti nel biancospino sono stati studiati per la loro capacità di modulare la funzione endoteliale e di contrastare alcuni processi di stress ossidativo.

Il miocardio è un tessuto caratterizzato da un'elevata richiesta energetica e da una continua attività metabolica. Durante l'ischemia e la riduzione dell'apporto di ossigeno possono verificarsi profonde modificazioni della produzione di energia e dell'equilibrio ossidoriduttivo cellulare.

In modelli sperimentali, gli estratti di Crataegus hanno mostrato effetti compatibili con una protezione del metabolismo cellulare cardiaco e con una modulazione delle risposte allo stress ossidativo. Tuttavia, questi meccanismi sperimentali non devono essere automaticamente interpretati come prova dell'efficacia terapeutica nelle malattie cardiovascolari dell'uomo.

Il biancospino è stato studiato soprattutto come trattamento complementare nell'insufficienza cardiaca cronica. Una meta-analisi di studi randomizzati e controllati ha valutato l'impiego di estratti standardizzati di biancospino in pazienti con insufficienza cardiaca cronica, prevalentemente nelle classi funzionali NYHA I-III.

Nelle sperimentazioni incluse, il biancospino veniva generalmente utilizzato in aggiunta al trattamento convenzionale. La revisione ha rilevato miglioramenti in alcuni parametri fisiologici, nella tolleranza allo sforzo e in sintomi come affaticamento e dispnea. Gli eventi avversi riportati erano generalmente infrequenti e di lieve entità.

Questi risultati hanno contribuito alla diffusione dell'interesse per gli estratti standardizzati di biancospino, ma devono essere interpretati alla luce degli studi successivi e dell'evoluzione delle terapie dell'insufficienza cardiaca.

Lo studio SPICE rappresenta uno dei più grandi studi randomizzati condotti con un estratto standardizzato di Crataegus, WS 1442. Lo studio ha coinvolto 2.681 pazienti con insufficienza cardiaca e ridotta frazione di eiezione, trattati con estratto di biancospino o placebo in aggiunta alla terapia medica.

Nel complesso della popolazione studiata, il trattamento non ha prodotto una riduzione statisticamente significativa dell'endpoint primario costituito dal tempo al primo evento cardiaco. Anche il trend di riduzione della mortalità cardiaca non ha raggiunto la significatività statistica. È stata osservata un'interessante riduzione della morte cardiaca improvvisa in un sottogruppo di pazienti con funzione ventricolare meno compromessa, ma questo risultato deve essere interpretato come un dato di sottogruppo e non come dimostrazione definitiva di un effetto sulla mortalità.

L'insieme delle evidenze indica quindi che il biancospino può aver mostrato effetti favorevoli su alcuni sintomi e parametri funzionali in specifiche popolazioni, ma non può essere considerato un sostituto della terapia farmacologica dell'insufficienza cardiaca.

Questa precisazione è particolarmente importante perché l'insufficienza cardiaca è una patologia complessa, nella quale i trattamenti farmacologici e interventistici hanno dimostrato effetti sulla sopravvivenza e sulla riduzione delle ospedalizzazioni. Un integratore o un preparato fitoterapico non dovrebbe quindi portare alla sospensione o alla modifica autonoma delle terapie prescritte.

Anche la sicurezza del biancospino merita particolare attenzione. Il fatto che una sostanza sia di origine vegetale non significa necessariamente che sia priva di attività farmacologica o di possibili interazioni.

L'American Heart Association segnala che le evidenze sul biancospino nell'insufficienza cardiaca sono limitate e richiama l'attenzione sulla possibile interazione con la digossina. Anche documenti europei dedicati alle prescrizioni potenzialmente inappropriate nello scompenso cardiaco sottolineano la necessità di considerare le possibili interazioni con farmaci cardiovascolari e vasodilatatori.

Le persone affette da insufficienza cardiaca, aritmie, cardiopatia ischemica o ipertensione in trattamento farmacologico dovrebbero quindi discutere con il proprio medico l'eventuale utilizzo di preparazioni concentrate di biancospino.

Accanto all'attività cardiovascolare, il biancospino è stato tradizionalmente associato a una sensazione di rilassamento e benessere. Tuttavia, le prove cliniche relative a un effetto sedativo o ansiolitico specifico sono meno solide rispetto alla letteratura sperimentale relativa ai suoi componenti polifenolici.

Il secondo grande protagonista di questo approfondimento è il tè verde, ottenuto dalle foglie di Camellia sinensis. A differenza del tè nero, il tè verde viene sottoposto a processi tecnologici che limitano l'ossidazione enzimatica dei polifenoli, contribuendo alla conservazione di elevate quantità di catechine.

Le catechine rappresentano una classe di flavanoli. Tra quelle maggiormente studiate figurano epicatechina, epicatechina gallato, epigallocatechina ed epigallocatechina gallato. Quest'ultima, comunemente indicata con la sigla EGCG, è una delle molecole maggiormente studiate del tè verde.

Le attività biologiche attribuite al tè verde derivano dalla complessità della sua composizione e non devono essere ridotte esclusivamente all'EGCG. Una tazza di tè verde, infatti, contiene una miscela variabile di catechine, aminoacidi, minerali e caffeina.

Il contenuto di questi composti può variare in funzione della varietà botanica, delle condizioni di coltivazione, del periodo di raccolta e soprattutto delle modalità di preparazione dell'infuso.

Uno dei principali meccanismi attribuiti alle catechine riguarda la loro capacità di interagire con le specie reattive dell'ossigeno e con i sistemi cellulari che regolano l'equilibrio ossidoriduttivo.

La definizione di una sostanza come “antiossidante” non deve però essere interpretata come un semplice processo di neutralizzazione diretta dei radicali liberi. Nell'organismo, le molecole polifenoliche possono agire anche attraverso la modulazione di sistemi enzimatici e di vie di segnalazione cellulare.

Le catechine del tè verde possono influenzare l'attività di fattori di trascrizione e sistemi di difesa cellulare coinvolti nella risposta allo stress. Sono inoltre studiati i loro effetti sulla funzione endoteliale, sul metabolismo lipidico e sull'infiammazione.

Questi meccanismi hanno portato a studiare il tè verde e i suoi estratti in relazione al metabolismo cardiovascolare. Una parte della letteratura suggerisce effetti favorevoli, seppure generalmente modesti, su alcuni parametri del profilo lipidico.

In uno studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, 103 donne in postmenopausa hanno ricevuto per due mesi placebo oppure un estratto standardizzato contenente 400 o 800 mg al giorno di EGCG. Lo studio ha osservato una riduzione significativa del colesterolo LDL rispetto al placebo. Sono state inoltre osservate differenze favorevoli nei cambiamenti relativi a glucosio e insulina, mentre non sono emersi effetti consistenti sui principali ormoni sessuali analizzati.

Questi risultati sono interessanti, ma la quantità di EGCG utilizzata nello studio corrisponde a un'esposizione elevata rispetto al normale consumo quotidiano di tè verde come bevanda.

È infatti fondamentale distinguere tra il consumo di un alimento o di una bevanda tradizionale e l'assunzione di un estratto concentrato. Un integratore può fornire quantità di catechine molto superiori rispetto a quelle normalmente ottenute attraverso alcune tazze di infuso.

Il tè verde è stato studiato anche in relazione al metabolismo energetico e al controllo del peso corporeo. Catechine e caffeina possono influenzare alcuni meccanismi di termogenesi e di ossidazione dei grassi.

Tuttavia, gli effetti osservati negli studi clinici sono generalmente modesti e non supportano l'idea che il tè verde possa determinare, da solo, una perdita di peso clinicamente rilevante.

Il controllo del peso dipende da un sistema complesso nel quale interagiscono l'apporto energetico, il dispendio calorico, l'attività fisica, il sonno, la composizione corporea e la regolazione neuroendocrina dell'appetito.

L'EGCG è stata inoltre studiata in numerosi modelli sperimentali per la sua capacità di modulare processi cellulari coinvolti nella proliferazione, nell'apoptosi, nell'angiogenesi e nella segnalazione intracellulare.

Questi risultati hanno alimentato un notevole interesse per il possibile ruolo delle catechine nella prevenzione oncologica. È tuttavia essenziale distinguere i risultati ottenuti su cellule o modelli animali dagli effetti dimostrati nell'uomo.

Le concentrazioni di EGCG utilizzate in alcuni esperimenti in vitro possono essere difficilmente raggiungibili attraverso il normale consumo di tè verde. Inoltre, la biodisponibilità e il metabolismo delle catechine nell'organismo umano sono influenzati da numerosi fattori.

Gli studi osservazionali che hanno valutato il consumo di tè verde e il rischio di differenti tumori hanno prodotto risultati non sempre concordanti. Le associazioni osservate possono inoltre essere influenzate da alimentazione, fumo, attività fisica e altri fattori dello stile di vita.

Di conseguenza, allo stato attuale delle conoscenze, il tè verde non può essere considerato un trattamento antitumorale né un metodo dimostrato per prevenire autonomamente il cancro.

Una corretta interpretazione della ricerca suggerisce piuttosto che il consumo di tè verde possa inserirsi in un modello alimentare complessivamente ricco di alimenti vegetali e di composti polifenolici, senza trasformare una singola bevanda in una terapia.

Un altro componente interessante del tè verde è la L-teanina, un aminoacido naturalmente presente nelle foglie di Camellia sinensis. La teanina attraversa la barriera ematoencefalica ed è stata studiata per la sua possibile capacità di modulare alcuni sistemi neurochimici e l'attività elettrica cerebrale.

Alcuni studi hanno osservato associazioni tra L-teanina e modificazioni dell'attività cerebrale correlata a stati di rilassamento. Tuttavia, anche in questo caso è necessario distinguere gli effetti della teanina isolata da quelli prodotti dal consumo della bevanda completa, che contiene contemporaneamente caffeina e altre molecole bioattive.

Il tè verde rappresenta quindi un esempio interessante di alimento complesso nel quale possono coesistere componenti potenzialmente stimolanti e composti associati a una modulazione di specifici circuiti neurobiologici.

Un aspetto particolarmente importante riguarda la sicurezza degli estratti concentrati. L'Autorità europea per la sicurezza alimentare ha esaminato le possibili associazioni tra catechine del tè verde e danno epatico.

Per gli infusi tradizionali di tè verde, l'EFSA non ha identificato generalmente indicazioni di danno epatico anche in caso di consumi elevati. Per gli integratori concentrati, invece, l'esposizione a 800 mg al giorno di EGCG è stata associata in alcuni studi alla comparsa di iniziali segnali di danno epatico. L'EFSA non ha identificato, sulla base dei dati disponibili, una dose universale priva di rischio per gli estratti concentrati.

Questa distinzione è fondamentale nella pratica nutrizionale. Bere tè verde e assumere capsule o estratti altamente concentrati non rappresentano necessariamente esposizioni biologiche equivalenti.

Le persone con patologie epatiche, quelle che assumono farmaci e coloro che utilizzano contemporaneamente più integratori dovrebbero prestare particolare attenzione agli estratti concentrati di tè verde.

Biancospino e tè verde rappresentano due esempi di come la ricerca sulle piante medicinali richieda una valutazione multilivello. La tradizione d'uso può costituire il punto di partenza, ma l'effettivo significato clinico dipende dalla composizione dell'estratto, dalla standardizzazione, dalla dose, dalla durata di utilizzo e dalle caratteristiche della persona.

Il biancospino possiede una letteratura clinica particolarmente interessante nel campo dell'insufficienza cardiaca e della funzione cardiovascolare, con studi che suggeriscono possibili miglioramenti funzionali e sintomatici in associazione alle terapie convenzionali. Le evidenze disponibili non giustificano tuttavia la sostituzione dei trattamenti cardiologici.

Il tè verde rappresenta invece una fonte alimentare di catechine e altri composti bioattivi, studiati soprattutto per la loro interazione con lo stress ossidativo, il metabolismo e la funzione vascolare. I risultati clinici suggeriscono possibili effetti favorevoli su alcuni parametri metabolici, ma non supportano l'attribuzione di proprietà preventive o terapeutiche assolute.

La prospettiva scientificamente più corretta consiste nell'inserire queste sostanze in un modello più ampio di prevenzione e promozione della salute, basato su alimentazione equilibrata, attività fisica, controllo dei principali fattori di rischio cardiovascolare, qualità del sonno e monitoraggio medico quando necessario.

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