La Calendula officinalis L., comunemente conosciuta come calendula, è una specie appartenente alla famiglia delle Asteraceae il cui fiore è tradizionalmente impiegato nelle preparazioni destinate alla pelle e alle mucose. Il suo interesse dermatologico deriva non da un singolo principio attivo, ma dalla complessità del fitocomplesso, nel quale convivono flavonoidi, carotenoidi e xantofille, triterpeni, saponine, polisaccaridi, mucillagini, acidi fenolici, fitosteroli e una frazione volatile.
L’European Medicines Agency riconosce per i preparati a base di fiore di calendula un impiego tradizionale nel trattamento sintomatico delle infiammazioni cutanee minori, comprese le scottature, e come coadiuvante nella guarigione di piccole ferite. L’EMA sottolinea tuttavia che le evidenze cliniche disponibili non sono sufficienti per classificare queste indicazioni come “well-established use”: l’attuale riconoscimento si basa soprattutto sulla lunga esperienza d’impiego e sulla plausibilità farmacologica.
Un fitocomplesso ricco di sostanze bioattive
La composizione chimica della calendula varia in funzione della parte della pianta utilizzata, del colore dei fiori, delle condizioni di coltivazione e soprattutto del metodo estrattivo. Questo aspetto è particolarmente importante quando si confrontano studi condotti su estratti acquosi, idroalcolici, oleosi o sulla frazione volatile: non sono preparazioni equivalenti e non è corretto trasferire automaticamente i risultati ottenuti con un estratto a tutte le formulazioni cosmetiche contenenti calendula.
Tra le componenti di maggiore interesse si trovano flavonoidi come rutina, quercetina e suoi derivati, apigenina, kaempferolo e isoramnetina; carotenoidi e xantofille, tra cui luteina e altri pigmenti; triterpeni come faradiolo, taraxasterolo, lupeolo e β-amirina; oltre a polisaccaridi e mucillagini.
La frazione flavonoidica è particolarmente interessante per la capacità di modulare i processi ossidativi e alcuni mediatori dell'infiammazione, mentre i triterpeni sembrano contribuire soprattutto agli effetti antinfiammatori. I polisaccaridi e le mucillagini possono invece contribuire alle caratteristiche filmogene, idratanti ed emollienti delle preparazioni applicate sulla superficie cutanea.
Questa pluralità di componenti spiega perché l'attività biologica della calendula debba essere considerata come il risultato di un'azione multifattoriale, piuttosto che attribuita a una singola molecola.
Calendula e risposta infiammatoria
L'infiammazione rappresenta una fase fisiologica fondamentale della riparazione di una lesione cutanea. Quando però la risposta è eccessiva o protratta, può contribuire al danno tissutale e ritardare i processi di rigenerazione.
Gli studi sperimentali indicano che alcuni estratti di Calendula officinalis possono modulare diversi mediatori coinvolti nella risposta infiammatoria. In un modello sperimentale, l'estratto dei fiori ha ridotto la produzione di TNF-α e di altre citochine proinfiammatorie, insieme alla componente COX-2 e alla conseguente sintesi di prostaglandine. Si tratta di dati ottenuti prevalentemente in modelli animali e cellulari, quindi utili per comprendere il meccanismo d'azione ma non sufficienti, da soli, per dimostrare un'efficacia terapeutica nell'uomo.
Un ruolo particolare è stato ipotizzato per i triterpeni, tra cui il faradiolo e alcuni suoi esteri, mentre flavonoidi e polifenoli possono contribuire alla modulazione dello stress ossidativo e dei segnali intracellulari associati all'infiammazione.
Il quadro è però più complesso di una semplice azione “antinfiammatoria”: alcuni estratti possono modulare anche le fasi iniziali della risposta cellulare necessarie alla riparazione. Per questo motivo l'effetto biologico della calendula va interpretato come una possibile modulazione del microambiente della ferita, piuttosto che come una semplice soppressione dell'infiammazione.
La riparazione cutanea: fibroblasti, collagene e tessuto di granulazione
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca sulla calendula riguarda la possibile influenza sui fibroblasti dermici, cellule fondamentali per la formazione della matrice extracellulare e del nuovo tessuto connettivo.
Uno studio sperimentale condotto su fibroblasti dermici umani ha mostrato che l'estratto idroalcolico e, in particolare, la sua frazione acquosa, possono aumentare proliferazione e migrazione dei fibroblasti. La stessa frazione ha aumentato l'espressione di connective tissue growth factor (CTGF) e α-SMA, proteine coinvolte nei processi di riparazione e formazione del tessuto di granulazione. L'analisi della frazione attiva ha inoltre evidenziato la presenza di rutina e quercetina-3-O-glucoside come potenziali componenti bioattive.
Un altro studio in vitro ha approfondito il rapporto tra calendula e matrice extracellulare. Gli estratti etanolici hanno mostrato la capacità di inibire l'attività della collagenasi e di aumentare la quantità di collagene presente nel mezzo di coltura dei fibroblasti dermici. Questo meccanismo è interessante perché la regolazione del metabolismo del collagene è essenziale sia nella riparazione delle ferite sia nel mantenimento dell'architettura cutanea.
È tuttavia importante distinguere il dato biologico dalla promessa cosmetica: l'inibizione della collagenasi osservata in vitro non dimostra automaticamente un effetto anti-ageing clinicamente significativo sulla pelle umana. Il risultato costituisce piuttosto una base meccanicistica plausibile per ulteriori studi.
Stress ossidativo e fotoprotezione
La pelle è costantemente esposta a radiazioni ultraviolette, ossigeno reattivo e altri fattori capaci di generare stress ossidativo. I ROS prodotti dall'esposizione UV possono danneggiare lipidi, proteine e DNA e attivare vie molecolari associate all'infiammazione e alla degradazione della matrice extracellulare.
Flavonoidi, polifenoli, carotenoidi e xantofille presenti nella calendula possiedono attività antiossidante in diversi modelli sperimentali. La luteina, in particolare, rappresenta una xantofilla di interesse dermatologico per le sue proprietà antiossidanti e per la capacità di assorbire parte della radiazione nella regione della luce blu.
In modelli sperimentali di cute sottoposta a UVB sono stati osservati effetti favorevoli sui sistemi antiossidanti endogeni e una riduzione dei marcatori della perossidazione lipidica. Questi risultati supportano l'ipotesi di un'attività protettiva del fitocomplesso nei confronti dello stress ossidativo, ma non consentono di considerare la calendula un sostituto dei filtri solari.
La fotoprotezione cosmetica deve infatti essere affidata a prodotti formulati e testati secondo gli standard specifici per la protezione UV; l'attività antiossidante di un estratto vegetale rappresenta eventualmente un'azione complementare.
Il ruolo dell'oleolito di calendula
L'oleolito di calendula è ottenuto mediante macerazione dei fiori in un olio vegetale. Dal punto di vista cosmetico, questa preparazione presenta caratteristiche differenti rispetto agli estratti acquosi o idroalcolici.
La natura lipidica del veicolo consente di associare l'attività delle componenti lipofile della calendula alle proprietà dell'olio utilizzato per la macerazione. L'oleolito può quindi essere inserito in emulsioni, creme, balsami e oli destinati soprattutto a pelli secche, delicate, arrossate o soggette a discomfort.
L'azione cosmetica può essere ricondotta a tre dimensioni complementari: emollienza, grazie alla fase oleosa; azione antiossidante, legata alle molecole bioattive estratte durante la macerazione; supporto alla funzione barriera, attraverso la riduzione della perdita d'acqua e il miglioramento delle condizioni superficiali della pelle.
È però necessario evitare di considerare un oleolito equivalente a un estratto standardizzato. La quantità e la natura dei composti trasferiti nell'olio dipendono da specie, droga vegetale, rapporto droga/solvente, durata e condizioni di macerazione e stabilità ossidativa del prodotto finale.
Calendula e barriera cutanea
La funzione barriera della pelle può essere valutata attraverso parametri oggettivi come l'idratazione dello strato corneo e la transepidermal water loss (TEWL).
Un recente studio clinico randomizzato e in doppio cieco, pubblicato nel 2025/2026, ha confrontato una crema emolliente contenente l'1% di estratto supercritico di Calendula officinalis con la sola base emolliente e con un sito non trattato dopo esposizione a un irritante. Lo studio ha coinvolto 20 volontari sani.
La formulazione contenente calendula ha determinato un aumento significativamente maggiore dell'idratazione cutanea rispetto sia al controllo sia al placebo e una riduzione della TEWL rispetto al controllo, compatibile con un più rapido recupero della barriera cutanea. Non sono state invece osservate differenze significative nell'eritema e non sono stati registrati eventi avversi.
Il risultato è interessante perché fornisce un dato umano recente sull'interazione tra calendula e funzione barriera. Il limite principale è rappresentato dalle dimensioni ridotte del campione e dal fatto che lo studio sia stato condotto su volontari sani sottoposti a irritazione sperimentale: non può quindi essere interpretato come prova dell'efficacia della calendula nel trattamento di una dermatite clinicamente diagnosticata.
Anche uno studio cosmetologico precedente, condotto su 21 volontari sani per otto settimane, aveva evidenziato miglioramenti significativi di alcuni parametri strumentali associati a idratazione e tonicità cutanea dopo applicazione di una formulazione contenente estratto di calendula.
Le evidenze cliniche sulla guarigione delle ferite
Quando si passa dagli studi cellulari e animali alla ricerca clinica, il quadro diventa più prudente.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2019 ha analizzato 14 studi, comprendenti sette studi animali e sette studi clinici. Gli autori hanno rilevato segnali favorevoli sulla fase infiammatoria e sulla formazione del tessuto di granulazione negli studi preclinici; negli studi clinici, invece, i risultati sono risultati eterogenei. Alcuni lavori sulle ulcere venose hanno evidenziato una riduzione della superficie ulcerata, mentre uno studio randomizzato sulle ulcere diabetiche non ha evidenziato un miglioramento della guarigione. Anche negli studi sulle ustioni i risultati sono stati discordanti.
Una precedente revisione sistematica, limitata a trial randomizzati su preparazioni topiche di Calendula officinalis, aveva concluso che le evidenze disponibili erano ancora deboli e che la qualità metodologica degli studi non permetteva di stabilire con certezza l'efficacia nelle ferite acute e croniche.
Questi dati sono coerenti con la posizione dell'EMA: la calendula possiede una plausibilità biologica significativa e una lunga storia d'uso, ma le prove cliniche non sono sufficienti per attribuirle un'efficacia terapeutica consolidata nelle diverse tipologie di ferite.
Calendula e radiodermatite: un esempio di evidenza clinica non uniforme
La radiodermatite rappresenta uno degli ambiti nei quali la calendula è stata maggiormente studiata in condizioni cliniche controllate.
In un importante trial di fase III su 254 donne sottoposte a radioterapia dopo chirurgia per carcinoma mammario, la crema alla calendula ha determinato una frequenza significativamente inferiore di dermatite acuta di grado ≥2 rispetto alla trolamina: 41% contro 63%, con una riduzione anche del dolore e delle interruzioni della radioterapia.
Un altro trial randomizzato e in doppio cieco, condotto su 51 pazienti con tumori testa-collo sottoposti a radioterapia, ha riportato risultati favorevoli per la calendula rispetto agli acidi grassi essenziali, con differenze statisticamente significative nella comparsa della radiodermatite.
Non tutti gli studi, però, hanno confermato questi risultati. Uno studio randomizzato su 420 pazienti sottoposti a radioterapia per carcinoma mammario non ha evidenziato differenze tra crema alla calendula e crema acquosa nella prevenzione delle reazioni cutanee acute severe.
Ancora più recentemente, un trial randomizzato pubblicato nel 2021, che ha confrontato calendula e trattamento standard con crema a base di sorbolene in 81 donne analizzate, non ha rilevato una differenza significativa nell'incidenza di dermatite da radiazioni di grado ≥2. Gli autori hanno tuttavia sottolineato che lo studio era sottodimensionato rispetto al campione previsto.
Nel complesso, quindi, la calendula mostra un segnale clinico interessante ma non conclusivo nella radiodermatite. Le differenze tra estratti, formulazioni, popolazioni, protocolli radioterapici e comparatori rendono difficile generalizzare i risultati.
Un possibile interesse nel mantenimento dell'aspetto cutaneo
L'interesse cosmetico della calendula non deriva soltanto dalla sua azione lenitiva. La combinazione di attività antiossidante, modulazione dei processi infiammatori, supporto alla funzione barriera e interazione con i fibroblasti suggerisce un possibile ruolo nel mantenimento della qualità della pelle.
In particolare, la capacità di alcuni estratti di influenzare il metabolismo del collagene rappresenta un meccanismo biologicamente interessante. L'invecchiamento cutaneo è infatti associato a un progressivo squilibrio tra sintesi e degradazione della matrice extracellulare, con modificazioni di collagene ed elastina e aumento dell'attività di alcune metalloproteinasi.
Tuttavia, è fondamentale distinguere tra attività anti-collagenasica in vitro e reale effetto anti-ageing clinico. La prima dimostra un potenziale meccanismo; la seconda richiede studi controllati sull'uomo con formulazioni definite, durata adeguata e parametri clinicamente significativi.
La ricerca disponibile permette quindi di considerare la calendula un ingrediente di interesse per formulazioni cosmetiche destinate a sostenere l'aspetto di una pelle sensibile, secca, stressata o soggetta ad arrossamento, senza trasformare i dati sperimentali in indicazioni terapeutiche non dimostrate.
Un'azione che dipende dalla formulazione
Uno degli aspetti più importanti nell'interpretazione scientifica della calendula è che non esiste una “calendula” farmacologicamente identica in ogni prodotto.
Un infuso acquoso, un estratto idroalcolico, un estratto lipofilo, un oleolito e un olio essenziale presentano profili fitochimici differenti. Di conseguenza, anche i meccanismi biologici osservati possono cambiare.
Gli studi sui fibroblasti, per esempio, hanno identificato nella frazione acquosa dell'estratto idroetanolico molecole come rutina e quercetina-3-O-glucoside, mentre altri studi hanno evidenziato l'importanza di componenti lipofile e triterpeniche.
Per questo motivo, nella valutazione di un cosmetico contenente calendula, è più corretto considerare tipo di estratto, solvente, concentrazione, standardizzazione e veicolo cosmetico, anziché attribuire automaticamente all'ingrediente tutte le proprietà descritte nella letteratura sulla pianta.
Tollerabilità e attenzione alle pelli reattive
La calendula è generalmente considerata ben tollerata nell'uso topico tradizionale, ma l'origine vegetale non equivale automaticamente ad assenza di rischio allergico.
La pianta appartiene alla famiglia delle Asteraceae, che comprende numerose specie potenzialmente coinvolte in fenomeni di sensibilizzazione. L'EMA considera l'ipersensibilità alle Asteraceae una controindicazione per i medicinali tradizionali a base di fiore di calendula e raccomanda particolare attenzione alle popolazioni per le quali i dati di sicurezza sono insufficienti.
Per l'uso cosmetico è quindi opportuno distinguere tra una pelle semplicemente secca o sensibile e una cute caratterizzata da una storia di allergie da contatto. In presenza di reazioni cutanee persistenti, lesioni estese, ferite profonde, infezioni, ustioni importanti o dermatiti diagnosticate, l'impiego di un prodotto cosmetico non deve sostituire la valutazione dermatologica.
Calendula: una pianta tradizionale con una farmacologia sempre più definita
La ricerca moderna sta progressivamente chiarendo perché la Calendula officinalis sia stata utilizzata per secoli nelle preparazioni destinate alla pelle. Flavonoidi, carotenoidi, triterpeni, polisaccaridi e altre componenti del fitocomplesso possono agire su più livelli: stress ossidativo, mediatori dell'infiammazione, fibroblasti, matrice extracellulare, tessuto di granulazione e funzione di barriera.
Gli studi cellulari e preclinici forniscono una base biologica coerente con l'impiego tradizionale, mentre gli studi clinici mostrano risultati più variabili. Le evidenze più interessanti riguardano alcuni aspetti della riparazione cutanea, della radiodermatite e del recupero della barriera, ma non consentono di considerare la calendula un trattamento universale delle ferite o delle patologie dermatologiche.
Dal punto di vista cosmetico, il suo valore risiede quindi soprattutto nella capacità di associare azione emolliente, lenitiva e antiossidante a un potenziale supporto ai fisiologici processi di recupero della pelle. È questa combinazione, più che l'idea di un singolo “principio attivo”, a rendere la calendula un ingrediente particolarmente interessante nelle formulazioni dedicate alle pelli delicate e sottoposte a stress ambientali.
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