L’ipertensione arteriosa è una condizione caratterizzata da un aumento persistente della pressione esercitata dal sangue sulle pareti delle arterie. Non si tratta semplicemente di un valore numerico da riportare entro un determinato intervallo: la pressione arteriosa rappresenta un fattore di rischio continuo e il suo impatto cardiovascolare aumenta progressivamente con l’aumentare dei valori pressori e con la presenza di altri fattori di rischio.
Le più recenti linee guida della European Society of Cardiology distinguono una condizione di pressione arteriosa elevata dall’ipertensione vera e propria. In ambito clinico, l’ipertensione rimane generalmente definita da valori pressori misurati in ambulatorio pari o superiori a 140/90 mmHg, mentre valori inferiori ma non ottimali possono comunque contribuire al rischio cardiovascolare complessivo. Le linee guida ESC 2024 sottolineano infatti che il rischio cardiovascolare correlato alla pressione segue una relazione continua e non può essere interpretato esclusivamente attraverso la distinzione fra “normotensione” e “ipertensione”.
La pressione arteriosa elevata rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio modificabili per infarto miocardico, ictus, insufficienza cardiaca, malattia renale cronica e altre complicanze cardiovascolari. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2024 circa 1,4 miliardi di adulti tra 30 e 79 anni fossero affetti da ipertensione e sottolinea come una quota rilevante delle persone ipertese non sia consapevole della propria condizione.
Ipertensione essenziale e ipertensione secondaria
La maggior parte dei casi appartiene alla cosiddetta ipertensione primaria o essenziale, nella quale non è possibile identificare un’unica causa. La sua comparsa è il risultato dell’interazione fra predisposizione genetica, età, regolazione neuroendocrina, funzione renale, rigidità vascolare, metabolismo e fattori ambientali e comportamentali.
Un’alimentazione caratterizzata da un elevato apporto di sodio, il sovrappeso e l’obesità, la sedentarietà, il consumo di alcol e il fumo rappresentano importanti fattori modificabili. Anche la qualità complessiva della dieta, l’apporto di frutta e verdura e l’equilibrio fra sodio e potassio possono influenzare la pressione arteriosa.
Una quota minoritaria dei casi è invece dovuta a una causa identificabile e viene definita ipertensione secondaria. Tra le possibili condizioni responsabili rientrano malattie renali, alterazioni endocrine, alcune forme di apnea ostruttiva del sonno, stenosi delle arterie renali e altre condizioni specifiche. Anche alcuni medicinali possono aumentare la pressione arteriosa, tra cui alcuni farmaci antinfiammatori non steroidei, corticosteroidi, decongestionanti simpaticomimetici e alcuni contraccettivi ormonali. La valutazione medica è pertanto particolarmente importante quando l’ipertensione compare improvvisamente, è resistente alla terapia o presenta caratteristiche atipiche.
Un discorso a parte riguarda la gravidanza: l’ipertensione gestazionale e la pre-eclampsia richiedono una valutazione medica tempestiva e non devono essere trattate autonomamente con preparati fitoterapici o gemmoterapici.
Lo stile di vita rimane il primo intervento
La prevenzione dell’ipertensione non può essere separata dallo stile di vita. Ridurre il peso corporeo quando è presente sovrappeso, aumentare l’attività fisica, limitare il sodio, aumentare il consumo di alimenti vegetali, non fumare e moderare l’alcol rappresentano interventi con un razionale fisiopatologico e clinico molto più solido rispetto all’impiego isolato di una pianta medicinale.
L’OMS raccomanda agli adulti almeno 150 minuti alla settimana di attività aerobica di intensità moderata oppure 75 minuti di attività intensa, associando esercizi di rafforzamento muscolare almeno due volte alla settimana. La riduzione del consumo di sale a meno di 5 g al giorno, corrispondenti a meno di 2 g di sodio, costituisce un ulteriore intervento rilevante.
Anche l’alimentazione ha un ruolo centrale. Un modello alimentare ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca e fonti adeguate di potassio, associato a una riduzione degli alimenti ultraprocessati e particolarmente ricchi di sodio, è coerente con le principali strategie di prevenzione cardiovascolare.
La gestione dello stress può completare questo approccio. Tecniche di rilassamento, attività fisica, adeguato sonno e interventi psicologici quando indicati possono contribuire alla gestione dei fattori che favoriscono l’aumento della pressione.
È importante però correggere un concetto ancora frequentemente riportato nella letteratura divulgativa più datata: non è corretto affermare che ogni paziente con ipertensione debba necessariamente attendere 3-6 mesi prima di iniziare una terapia farmacologica. Le attuali raccomandazioni ESC stabiliscono l'inizio del trattamento sulla base dei valori pressori, del rischio cardiovascolare globale, della presenza di malattia cardiovascolare, danno d’organo e altre condizioni cliniche. In alcuni soggetti può essere indicato intervenire farmacologicamente precocemente, senza attendere un lungo periodo di sole modificazioni dello stile di vita.
Fitoterapia: quali piante hanno le evidenze più interessanti?
La fitoterapia può essere considerata un possibile complemento all’interno di un programma di prevenzione cardiovascolare. Il livello di evidenza, tuttavia, non è uguale per tutte le piante e soprattutto non è paragonabile a quello disponibile per i farmaci antipertensivi.
Per questo motivo è preferibile parlare di possibile effetto coadiuvante sulla pressione arteriosa piuttosto che di trattamento dell’ipertensione attraverso le sole piante medicinali.
Allium sativum L.: l’aglio
L’aglio è probabilmente una delle piante maggiormente studiate per il controllo dei valori pressori.
I composti organosolforati derivati dall’aglio possono intervenire su diversi meccanismi coinvolti nella regolazione del tono vascolare. Tra quelli studiati figurano la modulazione dell’ossido nitrico, la produzione di idrogeno solforato, l’attività dell’angiotensina II e alcuni processi ossidativi ed endoteliali.
Questi meccanismi forniscono una plausibile base biologica all’effetto osservato in alcuni studi clinici. Una meta-analisi di trial randomizzati ha rilevato una riduzione media della pressione sistolica e diastolica con preparati a base di aglio, con effetti più evidenti nei soggetti ipertesi rispetto ai normotesi.
Una meta-analisi più recente ha incluso 12 studi controllati, per complessivi 738 partecipanti, e ha riscontrato una riduzione della pressione sistolica di circa 8,1 mmHg e della diastolica di circa 4,3 mmHg rispetto al placebo. Anche questi risultati devono però essere interpretati considerando l’eterogeneità dei preparati, delle dosi e dei protocolli utilizzati.
Particolarmente interessante è l’aglio invecchiato, o Aged Garlic Extract (AGE). Una revisione sistematica del 2024 aveva evidenziato una possibile riduzione della pressione sistolica; tuttavia, è fondamentale segnalare che questo lavoro è stato successivamente ritirato nel 2026. Pertanto i suoi risultati non devono essere utilizzati come prova definitiva dell'efficacia dell'AGE.
L’aglio presenta inoltre un’importante considerazione di sicurezza: i suoi composti possono interferire con l’emostasi e aumentare il rischio di sanguinamento, soprattutto in associazione con farmaci anticoagulanti o antiaggreganti. Può inoltre provocare disturbi gastrointestinali.
Non è quindi corretto considerare l’aglio una pianta priva di interazioni farmacologiche.
Olea europaea L.: l’olivo
Le foglie di olivo contengono numerosi composti fenolici, fra cui l’oleuropeina, l’idrossitirosolo e altri secoiridoidi.
L’oleuropeina è stata studiata per le sue proprietà antiossidanti, vascolari e metaboliche. La plausibilità biologica dell’azione antipertensiva comprende il miglioramento della funzione endoteliale e la modulazione dei meccanismi coinvolti nella vasodilatazione.
Le evidenze cliniche sono diventate particolarmente interessanti negli ultimi anni. Un trial randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, pubblicato nel 2025, ha coinvolto 621 persone con ipertensione già trattata farmacologicamente. Dopo 12 settimane, l’estratto di foglie di olivo ha determinato una riduzione della pressione sistolica nelle 24 ore rispetto al basale e un miglioramento di diversi parametri metabolici e infiammatori.
Anche uno studio randomizzato più recente, pubblicato nel 2026, ha valutato 70 adulti con pressione lievemente o moderatamente elevata, utilizzando un estratto di foglie di olivo associato a potassio. Il trattamento ha mostrato risultati favorevoli rispetto al placebo, anche se il disegno dello studio non consente di attribuire automaticamente l’effetto all’estratto di olivo isolatamente.
Le evidenze non sono comunque completamente uniformi. Un altro trial controllato con estratto di olivo ricco di polifenoli non ha osservato una differenza significativa rispetto al controllo per la pressione sistolica, evidenziando la necessità di considerare preparazione, standardizzazione, dose e durata del trattamento.
L’insieme dei dati rende l’olivo una delle piante più interessanti per ulteriori studi nel campo della pressione arteriosa, ma non giustifica l’utilizzo dell’estratto come sostituto della terapia farmacologica.
Hibiscus sabdariffa L.: il carcadè
Il carcadè contiene antocianine, polifenoli, acidi organici e altri composti bioattivi che possono contribuire alla modulazione della funzione vascolare.
È una delle piante per le quali esiste una discreta quantità di studi clinici randomizzati. Una meta-analisi del 2015, comprendente cinque studi randomizzati e 390 partecipanti, ha evidenziato una riduzione media della pressione sistolica di circa 7,6 mmHg e della diastolica di circa 3,5 mmHg rispetto ai controlli. Gli autori sottolineavano tuttavia la necessità di studi meglio progettati e di maggiore durata.
Una successiva meta-analisi comprendente 13 trial randomizzati e 1205 partecipanti ha confermato una riduzione della pressione sistolica e diastolica rispetto al placebo, soprattutto nei soggetti con ipertensione lieve-moderata. Quando il carcadè è stato confrontato direttamente con farmaci antipertensivi, invece, non è emersa una superiorità significativa.
Una revisione più ampia comprendente 17 studi ha inoltre osservato una riduzione della pressione sistolica, ma con una marcata eterogeneità fra gli studi.
Il carcadè può quindi essere considerato una delle opzioni fitoterapiche più interessanti per il supporto al controllo pressorio, soprattutto nell’ambito di una dieta corretta, ma la qualità dell’evidenza non consente di considerarlo equivalente a una terapia antipertensiva prescritta.
Crataegus monogyna Jacq.: il biancospino
Il biancospino contiene flavonoidi e procianidine oligomeriche e possiede una lunga tradizione di impiego nella fitoterapia cardiovascolare.
I suoi costituenti sono stati studiati soprattutto in relazione alla funzione cardiaca e vascolare. Il biancospino può esercitare effetti sulla funzione endoteliale, sul tono vascolare e sulla contrattilità cardiaca; tuttavia, gran parte delle evidenze storiche riguarda lo scompenso cardiaco e non l’ipertensione isolata.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025, comprendente sei studi randomizzati e 428 partecipanti, ha rilevato una riduzione della pressione sistolica nei soggetti ipertesi, mentre l'effetto sulla pressione diastolica non raggiungeva la significatività statistica. Gli stessi autori evidenziano l’eterogeneità delle dosi e dei protocolli e la necessità di studi più ampi.
Per questo motivo il biancospino può essere interessante soprattutto quando il quadro cardiovascolare comprende anche una componente funzionale, ma non dovrebbe essere presentato come un equivalente naturale dei farmaci antipertensivi.
Particolare attenzione deve essere riservata ai pazienti che assumono farmaci cardiovascolari: il biancospino può teoricamente sommarsi agli effetti di medicinali che influenzano frequenza cardiaca, conduzione o pressione arteriosa. La sua associazione con terapie cardiologiche dovrebbe quindi essere valutata dal medico o dal farmacista.
Fitoterapia e terapia farmacologica: un rapporto di complementarità
Uno dei punti più importanti nella gestione dell’ipertensione è evitare la contrapposizione fra medicina convenzionale e fitoterapia.
Una pianta medicinale che produce una riduzione anche relativamente modesta della pressione può essere interessante come supporto allo stile di vita, ma ciò non significa che il paziente possa autonomamente ridurre o sospendere il proprio farmaco.
Questo è particolarmente importante perché l'obiettivo della terapia antipertensiva non consiste soltanto nell'abbassare un numero sullo sfigmomanometro, ma nel ridurre nel tempo il rischio di ictus, infarto, insufficienza cardiaca, malattia renale e altre complicanze.
La fitoterapia può essere presa in considerazione come intervento complementare individualizzato, soprattutto nelle persone con pressione elevata o con ipertensione lieve, dopo aver verificato il profilo cardiovascolare complessivo e le eventuali terapie farmacologiche.
L’impiego di estratti standardizzati è inoltre preferibile rispetto alla semplice indicazione della quantità di droga vegetale, perché la concentrazione dei principi attivi può variare considerevolmente fra preparati differenti.
Gemmoterapia: tradizione terapeutica ed evidenze scientifiche
La gemmoterapia utilizza principalmente gemme, giovani getti e altri tessuti embrionali vegetali, tradizionalmente sottoposti a processi di macerazione e diluizione.
Nella tradizione gemmoterapica vengono proposti, per il controllo della pressione arteriosa, preparati di Crataegus oxyacantha, Olea europaea, Fraxinus excelsior, Betula pubescens e, in alcuni protocolli tradizionali, Viscum album.
Crataegus e Olea sono stati tradizionalmente associati rispettivamente alla regolazione della funzione cardiovascolare e al controllo della pressione; Fraxinus e Betula vengono invece utilizzati nella tradizione gemmoterapica come preparati ad azione drenante.
È tuttavia necessario distinguere la tradizione terapeutica dall’evidenza clinica.
A oggi non esistono prove cliniche robuste paragonabili a quelle disponibili per i farmaci antipertensivi che dimostrino che i gemmoderivati, alle diluizioni e ai dosaggi utilizzati nella pratica gemmoterapica, siano in grado di controllare l’ipertensione o di prevenire le sue complicanze cardiovascolari.
Anche l'affermazione secondo cui la gemmoterapia sarebbe “priva di effetti collaterali e di interazioni farmacologiche” non può essere considerata scientificamente dimostrata. L'assenza di segnalazioni non equivale infatti alla dimostrazione dell'assenza di rischio, soprattutto nei pazienti anziani, nei soggetti con insufficienza renale o epatica e nelle persone che assumono numerosi medicinali.
Per questo motivo la gemmoterapia, quando utilizzata, dovrebbe essere considerata una pratica complementare e non sostitutiva del trattamento medico.
Quando la pressione richiede particolare attenzione
Una pressione arteriosa molto elevata, soprattutto quando associata a sintomi quali dolore toracico, difficoltà respiratoria, alterazioni neurologiche, confusione, disturbi della vista o cefalea intensa, richiede una valutazione medica urgente.
L’OMS indica valori intorno a 180/120 mmHg o superiori come particolarmente preoccupanti, soprattutto quando accompagnati da sintomi.
Non è appropriato cercare di correggere rapidamente valori pressori molto elevati attraverso tisane, tinture, gemmoderivati o integratori.
Anche la gravidanza costituisce una situazione nella quale l’automedicazione fitoterapica deve essere evitata: la presenza di valori pressori elevati durante la gestazione deve essere valutata dal medico per escludere condizioni come la pre-eclampsia.
Un approccio integrato alla prevenzione cardiovascolare
La strategia più razionale per la prevenzione e il controllo dell’ipertensione può essere rappresentata da una sequenza di interventi integrati: misurazione corretta e ripetuta della pressione, valutazione del rischio cardiovascolare, controllo del peso, alimentazione equilibrata, riduzione del sodio, attività fisica regolare, abolizione del fumo, moderazione dell’alcol, gestione dello stress e adeguato riposo.
Quando indicato, a questi interventi deve essere aggiunta la terapia farmacologica prescritta dal medico.
All’interno di questo percorso, alcune piante medicinali possono rappresentare un supporto interessante. Le evidenze più consistenti riguardano attualmente soprattutto Allium sativum, Olea europaea e Hibiscus sabdariffa, mentre per Crataegus i dati sono promettenti ma meno definitivi per l’ipertensione isolata. La scelta dovrebbe sempre tenere conto della preparazione utilizzata, della standardizzazione, della dose, della durata del trattamento e delle possibili interazioni farmacologiche.
Per la gemmoterapia, invece, il ruolo rimane prevalentemente tradizionale e non è possibile attribuire ai gemmoderivati un’efficacia antipertensiva clinicamente dimostrata sulla base delle attuali evidenze.
La fitoterapia può quindi inserirsi in una moderna strategia di prevenzione cardiovascolare, ma il suo valore maggiore emerge quando viene utilizzata con criteri scientifici: come complemento e non come alternativa alla medicina basata sulle evidenze.
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