La vitamina D è una molecola essenziale per il mantenimento dell’omeostasi dell’organismo e svolge funzioni che vanno ben oltre il metabolismo osseo. Tradizionalmente associata all’assorbimento intestinale del calcio e alla salute dello scheletro, negli ultimi decenni la ricerca ha evidenziato il coinvolgimento della vitamina D nella regolazione immunitaria, nella funzione neuromuscolare e nei meccanismi biologici che contribuiscono al mantenimento della funzione cerebrale durante l’invecchiamento.
La vitamina D agisce attraverso il recettore della vitamina D (Vitamin D Receptor, VDR), espresso non solo nel tessuto osseo ma anche nel sistema nervoso centrale, incluse aree coinvolte nei processi cognitivi, nella memoria e nella regolazione della risposta infiammatoria cerebrale.
La vitamina D viene prodotta principalmente a livello cutaneo mediante esposizione ai raggi ultravioletti B (UVB), attraverso la conversione fotochimica di precursori sterolici presenti nella cute. Una quota minore deriva dall’alimentazione e dall’integrazione.
Con l’avanzare dell’età questa capacità diminuisce progressivamente. La ridotta esposizione alla luce solare, il cambiamento dello stile di vita, la permanenza in ambienti chiusi e la minore efficienza della sintesi cutanea rendono oggi il raggiungimento di livelli adeguati più complesso rispetto al passato.
Secondo i livelli di assunzione di riferimento italiani, il fabbisogno di vitamina D aumenta nella popolazione anziana e può richiedere particolare attenzione nutrizionale.
Dal punto di vista biochimico esistono due principali forme di vitamina D.
La vitamina D3 (colecalciferolo) deriva da precursori sterolici presenti negli organismi viventi ed è considerata la forma maggiormente utilizzata nell’integrazione.
La vitamina D2 (ergocalciferolo) deriva dall’ergosterolo ed è tradizionalmente associata a fonti vegetali e fungine.
Entrambe necessitano di una doppia attivazione metabolica, inizialmente nel fegato e successivamente nel rene, per trasformarsi nella forma biologicamente attiva 1,25-diidrossivitamina D.
Vitamina D e cervello: i meccanismi biologici studiati
L’interesse verso il rapporto tra vitamina D e funzione cognitiva nasce dall’osservazione che il recettore VDR e gli enzimi coinvolti nell’attivazione della vitamina D sono presenti anche nel tessuto nervoso.
Diversi studi sperimentali suggeriscono che la vitamina D partecipi a meccanismi biologici che includono:
modulazione della neuroinfiammazione;
regolazione dell’attività immunitaria cerebrale;
protezione dallo stress ossidativo;
regolazione della sopravvivenza neuronale;
partecipazione al metabolismo del calcio intracellulare;
supporto alla produzione di fattori neurotrofici.
Questi meccanismi hanno portato a ipotizzare un possibile ruolo dello stato vitaminico D nel mantenimento della funzione cognitiva.
Vitamina D e rischio di demenza: cosa mostrano gli studi
Uno degli studi più citati è stato pubblicato sulla rivista Neurology dal gruppo della University of Exeter Medical School.
L’analisi prospettica ha osservato che livelli più bassi di vitamina D risultavano associati ad un rischio più elevato di sviluppare demenza e malattia di Alzheimer durante il periodo di osservazione.
Nei soggetti con carenza severa il rischio osservato risultava superiore rispetto ai partecipanti con livelli adeguati.
Questi risultati hanno generato grande interesse scientifico perché suggerivano una possibile relazione tra stato nutrizionale e salute cerebrale.
Tuttavia è importante interpretare correttamente questi dati.
Lo studio era di tipo osservazionale e non dimostra che la carenza di vitamina D sia direttamente responsabile dello sviluppo della demenza.
Una possibile interpretazione alternativa è che condizioni associate all’invecchiamento, ridotta mobilità, minore esposizione al sole o stato generale di salute possano influenzare contemporaneamente sia i livelli di vitamina D sia il rischio di declino cognitivo.
Le revisioni sistematiche e le metanalisi pubblicate successivamente mostrano un quadro più prudente: livelli adeguati di vitamina D risultano associati ad una migliore salute generale, ma non esistono ad oggi prove definitive che l’integrazione di vitamina D prevenga o arresti la comparsa di demenza o malattia di Alzheimer.
Per questo motivo le principali linee guida internazionali non raccomandano l’utilizzo della vitamina D come trattamento o prevenzione specifica delle malattie neurodegenerative in assenza di indicazioni cliniche.
Perché la vitamina D resta importante durante l’invecchiamento
Pur evitando interpretazioni eccessive, il mantenimento di livelli adeguati di vitamina D rimane un obiettivo nutrizionale rilevante.
Con l’età aumentano infatti le condizioni che favoriscono l’insufficienza:
ridotta sintesi cutanea;
minore esposizione ai raggi UVB;
ridotto apporto dietetico;
alterazioni dell’assorbimento intestinale;
maggiore frequenza di sovrappeso e obesità.
La vitamina D contribuisce fisiologicamente:
al mantenimento di ossa normali;
alla normale funzione muscolare;
al normale assorbimento e utilizzo del calcio e del fosforo;
alla normale funzione del sistema immunitario.
La salute muscolare e scheletrica riveste particolare importanza anche nel mantenimento dell’autonomia funzionale della popolazione anziana.
Vitamina D alimentare: il limite delle fonti tradizionali
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda la reale disponibilità alimentare della vitamina D.
Le fonti naturali più ricche sono prevalentemente di origine animale.
Tra queste si trovano:
olio di fegato di pesce;
pesce grasso;
uova;
burro e derivati animali.
Le fonti vegetali naturali risultano generalmente limitate.
Questa situazione può rendere difficile raggiungere il fabbisogno in persone che seguono alimentazioni vegetali o che riducono il consumo di alimenti animali.
Vitamina D3 commerciale: perché l’origine conta
Quando un consumatore acquista un integratore con indicazione “vitamina D3”, spesso presume che tutte le formulazioni siano equivalenti.
In realtà la provenienza della materia prima può essere diversa.
Storicamente la maggior parte della vitamina D3 utilizzata negli integratori è ottenuta dalla lanolina, una sostanza derivata dalla lana ovina.
In altri casi la fonte del colecalciferolo non viene immediatamente evidenziata al consumatore e può essere necessario verificare la documentazione tecnica o le certificazioni del produttore.
Per chi ricerca una scelta compatibile con un’alimentazione vegana la semplice dicitura “vitamina D3” non identifica automaticamente l’origine.
Vitamina D3 da lichene: la scelta vegana
Negli ultimi anni si è sviluppata la produzione di vitamina D3 ottenuta da licheni.
Questa rappresenta oggi la principale fonte di colecalciferolo compatibile con una scelta vegana.
Nel linguaggio divulgativo viene spesso indicata come vitamina D da “lichene islandico”.
È utile precisare che il riferimento commerciale al lichene islandico non identifica automaticamente una singola specie botanica destinata alla produzione industriale; ciò che definisce il prodotto come vegano è la dichiarazione della provenienza da lichene e la relativa filiera produttiva.
Dal punto di vista metabolico il colecalciferolo ottenuto da lichene è equivalente alla vitamina D3 ottenuta da altre fonti e segue le stesse vie biologiche dopo l’assorbimento.
Per il consumatore, la scelta di una vitamina D3 da lichene può rappresentare una soluzione coerente con esigenze etiche, alimentari e di trasparenza della filiera.
Bibliografia
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