Vitamina D vegana: nuovi orizzonti della ricerca tra salute metabolica, sistema immunitario e studi sulle funzioni extra-scheletriche
il 30/06/2026

Vitamina D vegana: nuovi orizzonti della ricerca tra salute metabolica, sistema immunitario e studi sulle funzioni extra-scheletriche

La vitamina D è uno dei micronutrienti più studiati degli ultimi decenni e continua a rappresentare un’area di grande interesse nella ricerca biomedica. Tradizionalmente considerata una vitamina essenziale per il metabolismo osseo, oggi viene riconosciuta come un pro-ormone coinvolto in molteplici funzioni fisiologiche attraverso l’attivazione del recettore della vitamina D (Vitamin D Receptor, VDR), espresso in numerosi tessuti dell’organismo.

La funzione classica della vitamina D consiste nel mantenimento dell’equilibrio tra calcio e fosforo, condizione indispensabile per la mineralizzazione ossea, la funzione neuromuscolare e il fisiologico rinnovamento del tessuto scheletrico. Tuttavia, la scoperta dell’espressione del recettore VDR in cellule immunitarie, cardiovascolari, pancreatiche e in altri tessuti ha ampliato l’interesse scientifico verso possibili ruoli extrascheletrici.

Dal punto di vista fisiologico la vitamina D deriva da due principali fonti.

La prima è la sintesi cutanea, che avviene grazie all’esposizione ai raggi ultravioletti B (UVB), attraverso la conversione fotochimica di precursori presenti nella pelle.

La seconda è l’apporto alimentare e, quando necessario, l’integrazione.

Storicamente si riteneva che la produzione cutanea rappresentasse la principale fonte di vitamina D; oggi i cambiamenti dello stile di vita, la ridotta permanenza all’aperto, l’invecchiamento e la protezione solare hanno modificato profondamente questo equilibrio.

Numerosi studi nutrizionali hanno mostrato che l’apporto medio giornaliero di vitamina D attraverso la sola dieta risulta frequentemente inferiore ai livelli considerati adeguati.

Nella popolazione anziana il rischio di insufficienza aumenta ulteriormente per una minore efficienza della sintesi cutanea e per una ridotta esposizione alla luce.

Secondo i LARN italiani il fabbisogno di vitamina D nella popolazione adulta è di 15 μg/die, mentre dopo i 75 anni aumenta a 20 μg/die.

Dal punto di vista biochimico esistono due forme principali.

La vitamina D3 (colecalciferolo), derivata da precursori sterolici presenti negli organismi viventi.

La vitamina D2 (ergocalciferolo), ottenuta dall’ergosterolo presente principalmente in lieviti e fonti vegetali.

Entrambe necessitano di una doppia attivazione metabolica, epatica e renale, per trasformarsi nella forma biologicamente attiva 1,25-diidrossivitamina D.

Vitamina D3 commerciale: un aspetto spesso poco conosciuto

Quando il consumatore acquista un integratore contenente vitamina D3, raramente viene considerata l’origine della materia prima.

Storicamente gran parte della vitamina D3 impiegata negli integratori è ottenuta dalla lanolina, sostanza derivata dalla lana ovina.

Dal punto di vista molecolare il colecalciferolo finale è equivalente indipendentemente dalla fonte produttiva, ma l’origine della materia prima può avere rilevanza per scelte alimentari, etiche o di trasparenza.

In molti prodotti commerciali la fonte del colecalciferolo non viene immediatamente evidenziata in etichetta e il consumatore può non essere in grado di identificare se la vitamina D3 derivi da fonte animale o da altra filiera.

Per chi segue un’alimentazione strettamente vegetale questo aspetto diventa particolarmente importante.

Vitamina D3 da lichene: la fonte vegana del colecalciferolo

Negli ultimi anni è stata sviluppata una filiera produttiva che consente di ottenere vitamina D3 da licheni.

Questa rappresenta oggi la principale fonte di vitamina D3 compatibile con una scelta vegana.

Nel linguaggio divulgativo viene spesso indicata come vitamina D ottenuta da “lichene islandico”.

Dal punto di vista metabolico il colecalciferolo ottenuto da lichene è equivalente alla vitamina D3 ottenuta da altre fonti e segue gli stessi meccanismi biologici dopo assorbimento e attivazione.

Per il consumatore interessato ad una scelta vegana il criterio realmente utile rimane la dichiarazione della provenienza da lichene e la presenza di eventuali certificazioni della filiera.

Nuovi orizzonti della ricerca: oltre il metabolismo osseo

La scoperta del recettore VDR in numerosi distretti dell’organismo ha portato allo sviluppo di studi osservazionali e meccanicistici che hanno esplorato il possibile ruolo dello stato vitaminico in diversi ambiti clinici.

È importante sottolineare che la presenza di associazioni epidemiologiche non equivale automaticamente ad un effetto causale o terapeutico della supplementazione.

Vitamina D e sistema immunitario

Uno dei campi più consolidati riguarda la funzione immunitaria.

La forma attiva della vitamina D modula l’attività di cellule dendritiche, linfociti T e B e partecipa alla regolazione della risposta immunitaria.

Sono stati identificati effetti biologici che includono:

regolazione della risposta infiammatoria;

modulazione della funzione delle cellule presentanti l’antigene;

partecipazione ai meccanismi dell’immunità innata;

stimolazione della sintesi di peptidi antimicrobici.

Per queste evidenze l’EFSA ha autorizzato il claim secondo cui la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.

Vitamina D e salute cardiovascolare

Tra gli ambiti maggiormente studiati rientra quello cardiovascolare.

Numerosi studi osservazionali hanno mostrato che bassi livelli di 25-idrossivitamina D sono associati ad un profilo cardiovascolare meno favorevole e ad una maggiore frequenza di eventi cardiovascolari.

Sono state proposte diverse ipotesi biologiche:

coinvolgimento nella regolazione del sistema renina–angiotensina;

effetti sulla funzione endoteliale;

modulazione dei processi infiammatori;

interazioni con il metabolismo vascolare.

Queste osservazioni hanno portato alla realizzazione di studi clinici randomizzati per valutare gli effetti della supplementazione.

I risultati disponibili risultano tuttavia eterogenei.

Grandi studi clinici e revisioni sistematiche non hanno dimostrato in modo consistente che la supplementazione di vitamina D riduca il rischio cardiovascolare nella popolazione generale.

Per questo motivo le linee guida attuali non raccomandano l’utilizzo della vitamina D per prevenire eventi cardiovascolari in assenza di indicazioni nutrizionali specifiche.

Vitamina D e ricerca oncologica

Anche il rapporto tra vitamina D e oncologia rappresenta un settore di grande interesse.

Studi sperimentali hanno mostrato che il recettore VDR è coinvolto in processi che regolano:

proliferazione cellulare;

differenziamento;

apoptosi;

risposta immunitaria.

Studi epidemiologici hanno osservato associazioni tra stato vitaminico e prevalenza di alcune condizioni oncologiche.

Tuttavia le evidenze disponibili non consentono di affermare che l’integrazione di vitamina D prevenga o tratti le neoplasie.

Le principali società scientifiche raccomandano di correggere eventuali deficit nutrizionali senza utilizzare la vitamina D come strategia oncologica specifica.

Verso una gestione moderna della vitamina D

L’evoluzione della ricerca ha trasformato la vitamina D da semplice regolatore del metabolismo minerale a elemento centrale nella fisiologia dell’organismo.

Rimane tuttavia fondamentale distinguere tra:

correzione della carenza documentata;

mantenimento di uno stato nutrizionale adeguato;

utilizzo non supportato da evidenze per finalità terapeutiche.

Per il consumatore moderno, oltre alla quantità di vitamina D, assume crescente importanza anche la qualità e la trasparenza della fonte utilizzata, con crescente attenzione verso formulazioni di vitamina D3 ottenute da lichene come alternativa vegana.

Bibliografia

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