nutrizionale
La vitamina D rappresenta uno dei micronutrienti più studiati negli ultimi decenni per il suo ruolo nel mantenimento della salute ossea, della funzione muscolare e della regolazione immunitaria. Sebbene sia comunemente definita una vitamina, dal punto di vista biologico si comporta come un pro-ormone che necessita di successive trasformazioni metaboliche per diventare attivo.
Negli ultimi anni è aumentata l’attenzione non solo verso il corretto apporto di vitamina D, ma anche verso la sua origine. Questo aspetto interessa particolarmente chi segue un’alimentazione vegetale, chi sceglie prodotti vegan per motivi etici o ambientali, ma anche i consumatori che desiderano una maggiore trasparenza nella filiera produttiva degli integratori.
Uno degli aspetti meno conosciuti è che la maggior parte della vitamina D3 presente storicamente sul mercato degli integratori è ottenuta da fonti animali oppure viene commercializzata senza che la provenienza della materia prima sia immediatamente comprensibile per il consumatore. In questo contesto, la vitamina D3 ottenuta da licheni rappresenta oggi la principale alternativa vegana disponibile.
La funzione biologica della vitamina D e il suo metabolismo
La funzione principale della vitamina D consiste nel mantenere concentrazioni plasmatiche adeguate di calcio e fosforo per consentire normali processi cellulari, funzione neuromuscolare e corretta mineralizzazione ossea.
Le due forme nutrizionalmente rilevanti sono:
Vitamina D3 (colecalciferolo), derivata da precursori sterolici presenti negli organismi viventi.
Vitamina D2 (ergocalciferolo), derivata dall’ergosterolo e presente soprattutto in lieviti e fonti vegetali.
Dopo l’assunzione o la sintesi cutanea, entrambe devono subire due passaggi di attivazione: una prima idrossilazione epatica che genera 25-idrossivitamina D [25(OH)D], seguita da una seconda idrossilazione renale che porta alla formazione della molecola biologicamente attiva 1,25-diidrossivitamina D [1,25(OH)2D].
Questa forma attiva interagisce con il recettore della vitamina D (VDR), espresso in numerosi tessuti dell’organismo.
Per molti anni il ruolo della vitamina D è stato associato quasi esclusivamente alla salute scheletrica; oggi è noto che il VDR è espresso anche in cellule immunitarie, muscolari, pancreatiche e in diversi altri distretti.
Vitamina D e salute ossea: perché il fabbisogno aumenta con l’età
L’invecchiamento modifica profondamente il metabolismo della vitamina D.
Con il passare degli anni diminuisce la capacità della cute di sintetizzare colecalciferolo in risposta ai raggi UVB, si riduce spesso l’esposizione solare e possono comparire condizioni che compromettono assorbimento intestinale o metabolismo.
Secondo i LARN italiani di IV revisione, il fabbisogno di riferimento per la popolazione adulta è pari a 15 μg/die (600 UI), mentre nella popolazione oltre i 75 anni sale a 20 μg/die (800 UI).
Questo incremento riflette l’aumentato rischio di:
osteopenia,
osteoporosi,
fragilità ossea,
riduzione della funzione muscolare,
maggiore suscettibilità alle cadute.
La vitamina D agisce infatti insieme al calcio e alle proteine nel mantenimento della massa ossea e contribuisce alla funzione muscolare.
Una metanalisi di studi clinici ha osservato che un apporto giornaliero compreso tra circa 17,5 e 25 μg di vitamina D era associato a una riduzione del rischio di cadute nella popolazione anziana e a un miglioramento degli esiti scheletrici.
Perché la vitamina D alimentare è difficile da ottenere
La vitamina D è uno dei micronutrienti meno rappresentati naturalmente negli alimenti.
Le fonti alimentari tradizionalmente più ricche appartengono quasi esclusivamente al regno animale.
L’olio di fegato di merluzzo rappresenta una delle fonti più concentrate.
Tra i pesci grassi, salmone e aringa possono contenere quantità significative.
Le uova contribuiscono in misura minore, mentre burro e fegato contengono quantità generalmente limitate.
Le fonti vegetali naturali risultano invece molto povere di vitamina D.
Per questo motivo, nelle popolazioni che riducono il consumo di alimenti animali oppure presentano scarsa esposizione solare, il raggiungimento dei livelli raccomandati può risultare difficile.
Secondo dati nutrizionali italiani, l’assunzione media giornaliera risulta inferiore ai livelli raccomandati.
Vitamina D3 commerciale: da dove proviene realmente?
Quando il consumatore legge “Vitamina D3” in etichetta spesso presume che tutte le formulazioni siano equivalenti.
In realtà la provenienza può essere molto diversa.
Tradizionalmente la vitamina D3 utilizzata negli integratori viene prodotta dalla lanolina, una sostanza ottenuta dalla secrezione sebacea della lana ovina. Attraverso processi industriali di purificazione e irradiazione UV viene ottenuto il colecalciferolo.
Dal punto di vista chimico la molecola finale è identica a quella ottenuta da altre fonti.
Tuttavia questa origine non è compatibile con una scelta strettamente vegana.
Un ulteriore elemento di complessità è che non tutte le etichette rendono immediatamente evidente la fonte primaria del colecalciferolo: può essere indicata semplicemente la presenza di “vitamina D3” senza ulteriori dettagli sulla materia prima, rendendo necessario consultare schede tecniche, certificazioni o informazioni del produttore.
Per il consumatore che ricerca un prodotto vegano la sola dicitura “vitamina D3” non sempre consente di identificare automaticamente l’origine.
Vitamina D3 da lichene: la principale alternativa vegana
Negli ultimi anni è stata sviluppata una fonte completamente vegetale di vitamina D3 ottenuta da specifiche specie di licheni.
Il lichene è un organismo costituito dall’associazione simbiotica tra fungo e componente fotosintetica.
Attraverso processi controllati di estrazione e conversione si ottiene colecalciferolo strutturalmente identico alla vitamina D3 convenzionale.
Nel mercato degli integratori la vitamina D3 da lichene rappresenta oggi la principale opzione certificabile come vegana.
Talvolta il consumatore incontra il riferimento commerciale al cosiddetto “lichene islandico”; è opportuno precisare che il termine viene spesso utilizzato in modo divulgativo o commerciale e non identifica automaticamente una singola specie botanica utilizzata industrialmente per produrre vitamina D3. Ciò che identifica realmente il prodotto vegano è la dichiarazione della fonte da lichene e l’eventuale certificazione vegan.
Dal punto di vista biologico, una volta assorbita, la vitamina D3 da lichene segue le stesse vie metaboliche del colecalciferolo di origine animale.
Studi comparativi disponibili suggeriscono che il colecalciferolo vegano da lichene sia in grado di aumentare le concentrazioni sieriche di 25(OH)D in maniera sovrapponibile alle formulazioni convenzionali.
Vitamina D, sistema immunitario e funzioni extra-scheletriche
Il ruolo della vitamina D si estende oltre il metabolismo minerale.
Il recettore VDR è stato identificato nelle cellule Th1 e Th2 del sistema immunitario.
La forma attiva 1,25(OH)2D:
riduce l’attivazione delle risposte pro-infiammatorie Th1,
modula l’attività delle cellule dendritiche,
riduce proliferazione e differenziazione delle cellule B,
favorisce meccanismi dell’immunità innata attraverso l’induzione di peptidi antimicrobici.
Per queste evidenze l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha autorizzato il claim secondo cui la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario.
Nella popolazione anziana questi effetti assumono particolare interesse poiché il mantenimento di uno stato nutrizionale adeguato può concorrere al supporto della funzione muscolare e immunitaria insieme ad altri interventi nutrizionali e allo stile di vita.
Come scegliere una vitamina D realmente vegana
Per chi desidera un integratore coerente con un’alimentazione vegetale è utile verificare alcuni elementi:
la presenza della dicitura “vitamina D3 da lichene”;
la certificazione vegan quando disponibile;
la trasparenza del produttore sulla materia prima;
l’indicazione della dose espressa in μg o UI;
l’assenza di eccipienti di origine animale.
L’origine della vitamina non modifica il meccanismo biologico della molecola, ma rappresenta un criterio importante di qualità, tracciabilità e coerenza con le scelte alimentari del consumatore.
Bibliografia
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