La vitamina D occupa una posizione particolare tra i micronutrienti. Pur essendo tradizionalmente classificata come vitamina, dal punto di vista biologico si comporta anche come un precursore ormonale: dopo essere stata prodotta nella cute o introdotta con gli alimenti e gli integratori, deve infatti essere trasformata attraverso specifiche reazioni metaboliche nelle forme biologicamente attive.
La vitamina D3, o colecalciferolo, può essere sintetizzata nella pelle a partire dal 7-deidrocolesterolo in seguito all'esposizione ai raggi UVB. Tuttavia, la quantità effettivamente prodotta varia in funzione di numerosi fattori, tra cui latitudine, stagione, orario, superficie cutanea esposta, pigmentazione della pelle, età e abitudini di vita.
Per questo motivo, nella popolazione contemporanea l'esposizione solare non garantisce necessariamente uno stato vitaminico adeguato. Il lavoro e la vita prevalentemente in ambienti chiusi, l'uso di indumenti protettivi, l'invecchiamento della cute e alcune condizioni cliniche possono ridurre la sintesi endogena.
La vitamina D può essere introdotta anche attraverso la dieta, ma gli alimenti naturalmente ricchi di vitamina D sono relativamente pochi. Le fonti più importanti comprendono soprattutto pesci grassi e altri alimenti di origine animale, mentre molti alimenti vegetali ne contengono quantità trascurabili.
In questo contesto la vitamina D3 ottenuta da lichene rappresenta un'interessante alternativa per la formulazione di integratori destinati anche alle persone che seguono un'alimentazione vegana.
Vitamina D3 da lichene: che cosa significa
La vitamina D presente negli integratori può essere fornita principalmente sotto forma di vitamina D2, o ergocalciferolo, e vitamina D3, o colecalciferolo.
La vitamina D2 deriva tradizionalmente dall'ergosterolo presente in funghi e lieviti sottoposti a radiazione UV. La vitamina D3 è invece la forma di colecalciferolo normalmente prodotta dalla pelle umana.
Storicamente, molte formulazioni commerciali di vitamina D3 sono state ottenute da fonti animali. Lo sviluppo di processi produttivi basati su specifici licheni ha reso possibile ottenere colecalciferolo utilizzabile in formulazioni adatte all'alimentazione vegana.
Il lichene è un organismo simbiontico complesso, costituito dall'associazione tra un fungo e un organismo fotosintetico, come un'alga o un cianobatterio. Alcune specie utilizzate a fini produttivi possono rappresentare una fonte naturale per la produzione di vitamina D3 destinata all'integrazione.
Dal punto di vista nutrizionale e fisiologico, ciò che assume rilevanza è la forma molecolare finale fornita: il colecalciferolo, una volta assorbito, entra nelle normali vie metaboliche della vitamina D dell'organismo.
La disponibilità di una vitamina D3 di origine non animale consente quindi di associare la forma di colecalciferolo a caratteristiche di compatibilità con regimi alimentari vegani.
Dalla vitamina D3 alla forma biologicamente attiva
Il colecalciferolo introdotto attraverso l'alimentazione o gli integratori non rappresenta la forma ormonalmente attiva finale.
Dopo l'assorbimento, la vitamina D viene trasportata principalmente al fegato, dove subisce una prima idrossilazione e viene trasformata in 25-idrossivitamina D [25(OH)D], chiamata anche calcifediolo.
La concentrazione ematica di 25(OH)D è il parametro generalmente utilizzato nella pratica clinica per valutare lo stato vitaminico D dell'organismo.
Successivamente, soprattutto a livello renale, il 25(OH)D può essere trasformato in 1,25-diidrossivitamina D [1,25(OH)₂D], o calcitriolo, una delle principali forme biologicamente attive.
La regolazione di questo sistema coinvolge numerosi fattori, tra cui il paratormone, la concentrazione di calcio e fosforo e la funzionalità renale.
Questa complessa regolazione dimostra perché la vitamina D non debba essere considerata semplicemente un nutriente isolato. Il suo metabolismo è strettamente collegato all'equilibrio minerale, alla funzione endocrina e alla fisiologia ossea.
Calcio, fosforo e concentrazione di calcio nel sangue
Una delle funzioni più importanti della vitamina D riguarda il metabolismo del calcio e del fosforo.
La vitamina D contribuisce al normale assorbimento e utilizzo del calcio e del fosforo e al mantenimento di normali livelli di calcio nel sangue. Questi minerali sono essenziali non soltanto per la struttura dello scheletro, ma anche per numerose funzioni cellulari.
Il calcio interviene nella contrazione muscolare, nella trasmissione dei segnali nervosi, nella secrezione di molecole biologicamente attive e in numerosi processi intracellulari.
Il fosforo rappresenta invece un componente fondamentale dell'ATP, delle membrane cellulari e della struttura ossea.
Il mantenimento della calcemia è quindi una priorità biologica. Quando l'apporto o l'assorbimento di calcio risultano insufficienti, l'organismo attiva complessi meccanismi endocrini che coinvolgono paratormone, reni, intestino e tessuto osseo.
La vitamina D partecipa a questa regolazione favorendo l'assorbimento intestinale dei minerali e contribuendo all'omeostasi del sistema.
I claim autorizzati nell'Unione Europea riconoscono il contributo della vitamina D al normale assorbimento e utilizzo di calcio e fosforo e al mantenimento di normali concentrazioni di calcio nel sangue.
Vitamina D e salute delle ossa
La funzione della vitamina D nel mantenimento della salute ossea è tra le meglio documentate.
L'osso non è una struttura inerte, ma un tessuto metabolicamente attivo sottoposto a continui processi di formazione e riassorbimento. Per mantenere una struttura scheletrica adeguata è necessario che l'organismo disponga di una sufficiente quantità di minerali e che i sistemi endocrini e cellulari che regolano il rimodellamento osseo funzionino correttamente.
La vitamina D contribuisce al mantenimento di ossa normali attraverso il suo ruolo nel metabolismo del calcio e del fosforo.
Un grave deficit di vitamina D può determinare importanti alterazioni della mineralizzazione ossea. Nel bambino può contribuire allo sviluppo del rachitismo, mentre nell'adulto può causare osteomalacia.
Con l'avanzare dell'età, diversi fattori possono contribuire alla riduzione dello stato vitaminico D: diminuisce l'efficienza della sintesi cutanea, spesso si riduce il tempo trascorso all'aperto e possono aumentare le condizioni cliniche o farmacologiche che interferiscono con l'assorbimento e il metabolismo.
Per questo motivo la vitamina D riveste particolare interesse nella prevenzione e nella gestione delle condizioni associate alla fragilità scheletrica.
È tuttavia importante distinguere tra la correzione di una reale carenza di vitamina D e la supplementazione indiscriminata di persone già adeguatamente rifornite. I grandi studi clinici condotti in popolazioni generalmente sane non dimostrano che dosi elevate di vitamina D producano automaticamente una riduzione generalizzata delle fratture. Una metanalisi recente di studi randomizzati nella popolazione anziana sana ha confermato l'assenza di un beneficio uniforme della supplementazione indiscriminata sul rischio di frattura.
Questo non riduce l'importanza della vitamina D nel trattamento dell'ipovitaminosi o nella gestione clinica dell'osteoporosi, ma sottolinea la necessità di una valutazione individualizzata.
Vitamina D, muscoli e rischio di caduta
La vitamina D contribuisce anche al mantenimento della normale funzione muscolare.
Il recettore della vitamina D è presente in diversi tessuti dell'organismo e la funzione muscolare rappresenta uno dei principali ambiti di interesse della ricerca.
Una grave carenza di vitamina D può essere associata a debolezza muscolare e alterazioni della funzione neuromuscolare. Questo aspetto è particolarmente rilevante nella popolazione anziana, nella quale la perdita di massa muscolare, la sarcopenia e la riduzione dell'equilibrio possono aumentare il rischio di cadute.
Anche in questo caso, tuttavia, la ricerca moderna invita a evitare interpretazioni semplicistiche.
La correzione di un deficit di vitamina D rappresenta un obiettivo clinicamente rilevante, ma la somministrazione indiscriminata di vitamina D a persone senza una specifica necessità non si è dimostrata una strategia universalmente efficace per prevenire cadute e fratture.
Una metanalisi di trial randomizzati condotta su decine di migliaia di anziani non ha evidenziato una riduzione statisticamente significativa delle cadute o delle fratture con la supplementazione generalizzata di vitamina D.
La prevenzione delle cadute richiede quindi un approccio più ampio che comprenda attività fisica, esercizi di forza ed equilibrio, adeguato apporto proteico, valutazione della vista, controllo dei farmaci e prevenzione della fragilità.
La vitamina D rappresenta uno dei componenti di questo sistema, non l'unico determinante.
Vitamina D e sistema immunitario
Una delle aree più interessanti della ricerca riguarda il rapporto tra vitamina D e sistema immunitario.
Il recettore della vitamina D, o VDR, è espresso in diverse cellule coinvolte nella risposta immunitaria. La forma attiva della vitamina D può modulare l'attività di cellule dell'immunità innata e adattativa e influenzare l'espressione di molecole coinvolte nella risposta antimicrobica.
Tra i meccanismi studiati vi è la capacità della vitamina D di favorire l'espressione di alcuni peptidi antimicrobici e di modulare l'attività delle cellule dendritiche, dei linfociti T e dei linfociti B.
Questi meccanismi spiegano perché la vitamina D sia considerata un importante modulatore della funzione immunitaria.
Dal punto di vista regolatorio, il claim secondo cui la vitamina D contribuisce alla normale funzione del sistema immunitario è autorizzato nell'Unione Europea.
Il ruolo biologico della vitamina D nel sistema immunitario non significa però che dosi elevate di integratori possano prevenire indistintamente tutte le infezioni o potenziare indefinitamente le difese dell'organismo.
Anche in questo caso è necessario distinguere tra il mantenimento di un adeguato stato vitaminico e l'uso farmacologico o indiscriminato di dosi elevate.
Nel grande studio DO-HEALTH, condotto su 2.157 adulti europei di età pari o superiore a 70 anni, la supplementazione quotidiana con 2.000 UI di vitamina D3 non ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo del tasso di infezioni nella popolazione complessivamente studiata.
La ricerca suggerisce quindi che la vitamina D svolga un ruolo fisiologico importante nella funzione immunitaria, mentre gli effetti clinici della supplementazione dipendono probabilmente dallo stato vitaminico iniziale, dalle caratteristiche della popolazione e dall'esito sanitario considerato.
Vitamina D e invecchiamento
L'interesse nei confronti della vitamina D aumenta con l'avanzare dell'età.
L'invecchiamento può ridurre la capacità della pelle di sintetizzare vitamina D e, contemporaneamente, aumentare la probabilità di condizioni associate a ridotta mobilità, minore esposizione solare o alterazioni dell'assorbimento.
La vitamina D è inoltre strettamente collegata alla salute dell'apparato muscoloscheletrico, uno degli elementi fondamentali per mantenere autonomia e qualità della vita durante l'invecchiamento.
Per questo motivo la valutazione dello stato vitaminico può essere particolarmente rilevante negli anziani, nelle persone istituzionalizzate, in caso di ridotta esposizione solare e in presenza di fattori di rischio per fragilità ossea.
Le evidenze più recenti, tuttavia, non supportano l'idea che la somministrazione di vitamina D in persone generalmente sane e adeguatamente rifornite sia in grado, da sola, di rallentare globalmente l'invecchiamento.
Nel trial DO-HEALTH, tre anni di supplementazione con vitamina D3 non hanno prodotto un miglioramento statisticamente significativo della funzione fisica, della cognizione, della pressione arteriosa o dell'incidenza delle fratture non vertebrali in anziani generalmente sani.
La vitamina D deve quindi essere considerata una componente importante della fisiologia dell'invecchiamento sano, ma non una soluzione unica ai processi biologici complessi associati all'età.
Vitamina D e demenza: cosa dicono realmente gli studi
Numerosi studi osservazionali hanno rilevato un'associazione tra bassi livelli circolanti di vitamina D e un aumentato rischio di declino cognitivo, demenza e malattia di Alzheimer.
Uno degli studi prospettici più citati ha osservato un'associazione tra grave carenza di vitamina D e un maggiore rischio di sviluppare demenza e malattia di Alzheimer.
Questi dati sono biologicamente interessanti. Il sistema nervoso esprime il recettore della vitamina D e diversi meccanismi potenziali sono stati studiati, tra cui la modulazione dell'infiammazione, dello stress ossidativo, dell'omeostasi del calcio e di alcuni processi neuroprotettivi.
È tuttavia fondamentale distinguere tra associazione epidemiologica e dimostrazione di causalità.
Le persone con bassi livelli di vitamina D possono presentare contemporaneamente altri fattori associati a un maggiore rischio di declino cognitivo, come ridotta attività fisica, fragilità, minore esposizione all'ambiente esterno, patologie croniche o alterazioni nutrizionali.
Per questo motivo non è scientificamente corretto affermare che la carenza di vitamina D “causi” direttamente la malattia di Alzheimer.
Gli studi clinici disponibili non hanno ancora dimostrato in modo conclusivo che la supplementazione con vitamina D prevenga la demenza nella popolazione generale. Nel DO-HEALTH, la vitamina D3 non ha determinato un miglioramento significativo della funzione cognitiva nei partecipanti complessivamente considerati.
Il mantenimento di un adeguato stato vitaminico rimane importante per la salute generale, mentre il possibile ruolo specifico della vitamina D nella prevenzione delle malattie neurodegenerative continua a essere oggetto di ricerca.
Vitamina D e salute cardiovascolare
Per molti anni studi epidemiologici hanno mostrato un'associazione tra bassi livelli di vitamina D e un maggiore rischio cardiovascolare.
Sono stati proposti diversi meccanismi biologici: modulazione del sistema renina-angiotensina, effetti sul metabolismo glucidico, regolazione dell'infiammazione, funzione endoteliale e metabolismo del calcio.
Tuttavia, i grandi studi clinici hanno ridimensionato l'ipotesi secondo cui la supplementazione con vitamina D possa essere utilizzata indiscriminatamente come strategia preventiva cardiovascolare.
Nel trial VITAL, condotto su oltre 25.000 adulti, la supplementazione con 2.000 UI al giorno di vitamina D3 non ha ridotto in modo statisticamente significativo l'incidenza complessiva di tumori invasivi o dei principali eventi cardiovascolari rispetto al placebo.
Anche lo studio DO-HEALTH non ha evidenziato un beneficio statisticamente significativo della vitamina D3 sulla pressione arteriosa nella popolazione anziana generalmente sana.
Il D-Health Trial ha invece osservato una possibile piccola riduzione di alcuni eventi cardiovascolari con la somministrazione mensile di vitamina D3, ma l'effetto complessivo sugli eventi cardiovascolari maggiori era di entità limitata e gli intervalli di confidenza risultavano compatibili anche con l'assenza di effetto.
Nel complesso, le evidenze disponibili non consentono di utilizzare la vitamina D come sostituto delle strategie consolidate di prevenzione cardiovascolare.
Alimentazione, attività fisica, controllo della pressione arteriosa, cessazione del fumo, gestione del peso corporeo e trattamento dei fattori di rischio rimangono gli strumenti principali della prevenzione.
Vitamina D e prevenzione dei tumori
Anche in oncologia l'interesse per la vitamina D deriva inizialmente da osservazioni epidemiologiche e da studi sperimentali.
Il recettore della vitamina D è presente in numerosi tessuti e studi cellulari hanno dimostrato che la vitamina D può influenzare la proliferazione, il differenziamento cellulare e alcuni meccanismi di regolazione immunitaria.
Questi dati hanno portato a ipotizzare un possibile ruolo della vitamina D nella prevenzione di alcune neoplasie.
Tuttavia, l'ipotesi biologica non coincide automaticamente con un beneficio clinico dimostrato.
Nel grande trial VITAL, la supplementazione quotidiana con 2.000 UI di vitamina D3 non ha ridotto significativamente l'incidenza complessiva dei tumori invasivi rispetto al placebo.
Pertanto, allo stato attuale delle conoscenze, non è corretto presentare la vitamina D come un integratore in grado di prevenire il cancro nella popolazione generale.
La ricerca rimane comunque attiva, soprattutto per comprendere se specifici sottogruppi caratterizzati da carenza vitaminica o da particolari condizioni biologiche possano ottenere benefici differenti.
Vitamina D, peso corporeo e metabolismo
La vitamina D viene spesso associata al controllo del peso corporeo, soprattutto perché le basse concentrazioni di 25(OH)D sono frequentemente osservate nelle persone con sovrappeso e obesità.
Questa associazione può dipendere da molteplici fattori, compresa la diversa distribuzione della vitamina D nel tessuto adiposo e le complesse relazioni tra obesità, metabolismo, alimentazione e attività fisica.
La presenza di bassi livelli di vitamina D non dimostra tuttavia che la vitamina D sia un trattamento dimagrante.
Non esistono evidenze sufficienti per affermare che la supplementazione con vitamina D produca, da sola, una significativa riduzione del peso corporeo nella popolazione generale.
La correzione di un'eventuale carenza può essere importante per la salute, ma non deve essere confusa con un trattamento diretto dell'obesità.
Come valutare lo stato della vitamina D
Il principale esame utilizzato per valutare le riserve dell'organismo è la concentrazione ematica di 25-idrossivitamina D [25(OH)D].
L'interpretazione del risultato richiede attenzione perché differenti linee guida e società scientifiche possono utilizzare soglie non completamente sovrapponibili.
Per questo motivo è preferibile evitare di interpretare autonomamente un singolo valore senza considerare età, condizioni cliniche, presenza di osteoporosi, funzione renale, malattie intestinali, farmaci e altri fattori di rischio.
Particolare attenzione può essere necessaria nelle persone con:
ridotta esposizione solare;
età avanzata;
osteoporosi o aumentato rischio di fratture;
malattie gastrointestinali associate a malassorbimento;
obesità;
malattie epatiche o renali;
utilizzo di alcuni farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D.
La concentrazione di vitamina D deve inoltre essere interpretata nel contesto del metabolismo minerale complessivo. In determinate situazioni cliniche possono essere utili anche la valutazione della calcemia, del paratormone, della funzione renale e di altri parametri.
La supplementazione deve essere personalizzata
La vitamina D è una vitamina liposolubile e può accumularsi nell'organismo.
Questo significa che l'integrazione non deve essere considerata priva di limiti. Dosi eccessive, soprattutto se assunte per periodi prolungati, possono provocare ipercalcemia e altre complicazioni.
Per questo motivo non è corretto assumere automaticamente dosaggi elevati soltanto perché la vitamina D viene considerata benefica.
La quantità appropriata dipende da diversi fattori:
età;
alimentazione;
esposizione solare;
livelli ematici di 25(OH)D;
peso corporeo;
capacità di assorbimento intestinale;
funzione renale;
presenza di patologie;
eventuali terapie farmacologiche.
Nella popolazione generale, le raccomandazioni nutrizionali rappresentano un riferimento per l'assunzione, mentre nei soggetti con carenza documentata o condizioni cliniche specifiche la strategia di correzione deve essere definita individualmente.
I LARN italiani indicano fabbisogni di riferimento che aumentano nelle fasce di età più avanzate, riflettendo anche la minore capacità di sintesi cutanea e il maggiore rischio di insufficiente disponibilità.
Le forme e i dosaggi utilizzati per correggere un deficit clinicamente significativo devono essere stabiliti dal medico, soprattutto in presenza di insufficienza renale, iperparatiroidismo, patologie granulomatose o altre condizioni che possono modificare il metabolismo della vitamina D.
Alimentazione ed esposizione solare
L'alimentazione può contribuire all'apporto di vitamina D, ma pochi alimenti ne contengono naturalmente quantità rilevanti.
Tra le fonti alimentari figurano principalmente pesci grassi, alcune specie di pesce azzurro, tuorlo d'uovo e alimenti fortificati.
Gli oli vegetali, la frutta secca e numerosi alimenti vegetali possono rappresentare eccellenti fonti di altri nutrienti, ma non devono essere considerati automaticamente fonti significative di vitamina D.
Ad esempio, l'olio di lino e le mandorle sono alimenti interessanti dal punto di vista nutrizionale, ma non rappresentano fonti equivalenti di vitamina D rispetto al pesce grasso o agli alimenti fortificati.
Per le persone che seguono un'alimentazione vegana, la disponibilità di alimenti naturalmente ricchi di vitamina D risulta ulteriormente limitata. In questi casi la presenza di alimenti fortificati e di integratori contenenti vitamina D2 o vitamina D3 di origine vegetale può assumere particolare rilevanza.
L'esposizione solare contribuisce alla sintesi cutanea di vitamina D, ma non esiste un tempo di esposizione universalmente valido per tutti.
Stagione, latitudine, orario, età, pigmentazione della pelle e superficie esposta modificano profondamente la quantità prodotta. Inoltre, l'esposizione ai raggi UV deve sempre essere conciliata con la prevenzione del danno cutaneo.
Per questo motivo non è appropriato fornire una prescrizione universale del tipo “bastano dieci o quindici minuti di sole” per garantire un adeguato stato vitaminico.
Vitamina D3 da lichene e integrazione vegana
La disponibilità di vitamina D3 da lichene rappresenta un'importante evoluzione nella formulazione degli integratori.
Per chi segue un'alimentazione vegana, la possibilità di assumere colecalciferolo proveniente da una fonte non animale consente di utilizzare la forma D3 mantenendo la coerenza con le proprie scelte alimentari.
La scelta di una vitamina D3 da lichene non modifica tuttavia il principio fondamentale della supplementazione: anche una fonte vegana deve essere utilizzata nella quantità appropriata alle esigenze individuali.
L'origine dell'ingrediente rappresenta quindi una caratteristica importante dal punto di vista della formulazione e della compatibilità alimentare, mentre l'efficacia biologica dipende dalla forma molecolare, dalla dose, dall'assorbimento e dallo stato vitaminico di partenza.
Prevenzione della salute ossea: una strategia integrata
La salute delle ossa non dipende da un singolo nutriente.
La vitamina D agisce all'interno di una rete che comprende calcio, adeguato apporto proteico, attività fisica, stato ormonale, composizione corporea e numerosi altri fattori.
Una strategia preventiva efficace comprende quindi un'alimentazione equilibrata, un adeguato apporto di calcio e proteine, il mantenimento di livelli appropriati di vitamina D e l'attività fisica regolare.
Gli esercizi che comportano carico meccanico e l'allenamento di forza possono contribuire al mantenimento della massa ossea e muscolare.
L'attività fisica assume inoltre un ruolo fondamentale nella prevenzione della sarcopenia e nel mantenimento dell'equilibrio.
La prevenzione della fragilità deve quindi essere considerata come un sistema nel quale nutrizione, movimento, stato vitaminico e controllo dei fattori di rischio agiscono insieme.
I claim riconosciuti per la vitamina D
Nel rispetto della normativa europea sui claim nutrizionali e sulla salute, la vitamina D può contribuire a:
il normale assorbimento e utilizzo di calcio e fosforo;
il mantenimento di normali livelli di calcio nel sangue;
il mantenimento di ossa normali;
il mantenimento della normale funzione muscolare;
il mantenimento di denti normali;
la normale funzione del sistema immunitario.
Questi effetti riconosciuti rappresentano il nucleo scientifico e regolatorio più solido per descrivere il ruolo fisiologico della vitamina D.
La ricerca continua inoltre a studiare il possibile coinvolgimento della vitamina D nella salute cardiovascolare, metabolica, neurologica e oncologica. In questi ambiti, tuttavia, è necessario distinguere tra plausibilità biologica, associazioni osservazionali e benefici clinici dimostrati.
Una vitamina essenziale, ma non una soluzione universale
La ricerca degli ultimi anni ha modificato profondamente il modo in cui la vitamina D viene interpretata.
Da un lato, la scoperta della presenza del recettore della vitamina D in numerosi tessuti ha evidenziato una complessità biologica molto maggiore rispetto al solo metabolismo osseo.
Dall'altro, i grandi trial clinici hanno mostrato che l'assunzione indiscriminata di dosi elevate nella popolazione generale non produce automaticamente una riduzione della mortalità, degli eventi cardiovascolari, dei tumori o di altre patologie croniche.
Nel D-Health Trial, la somministrazione mensile di vitamina D3 ad adulti anziani non selezionati sulla base di una carenza documentata non ha ridotto la mortalità per tutte le cause.
Il messaggio più importante della ricerca contemporanea è quindi quello della appropriatezza.
La vitamina D è fondamentale quando è necessaria per sostenere le sue funzioni fisiologiche e per correggere uno stato di carenza. Non deve però essere presentata come un trattamento universale capace di prevenire indistintamente obesità, demenza, tumori o malattie cardiovascolari.
La valutazione individuale permette di distinguere le persone che possono realmente beneficiare di un'integrazione da quelle nelle quali l'aumento indiscriminato della dose non offre vantaggi dimostrati.
La vitamina D3 da lichene rappresenta, in questo quadro, una soluzione particolarmente interessante perché consente di integrare colecalciferolo attraverso una fonte adatta anche a un'alimentazione vegana.
Il suo valore risiede quindi nella combinazione tra forma biologicamente utilizzata dall'organismo, origine non animale e possibilità di inserimento in una strategia nutrizionale personalizzata.
La salute delle ossa, dei muscoli e del sistema immunitario non dipende da un singolo integratore, ma dalla capacità di mantenere nel tempo un adeguato equilibrio tra alimentazione, attività fisica, esposizione ambientale, stato nutrizionale e caratteristiche individuali.
La vitamina D è uno degli elementi fondamentali di questo equilibrio.
NOTA BENE: Le informazioni presenti in questo articolo hanno finalità esclusivamente informative e divulgative e non rappresentano un parere medico. I contenuti pubblicati non intendono sostituire il rapporto con il medico né eventuali indicazioni, diagnosi o prescrizioni sanitarie. La valutazione dello stato della vitamina D e l'eventuale supplementazione devono essere personalizzate, in particolare in presenza di patologie, gravidanza, insufficienza renale, osteoporosi o terapie farmacologiche.
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