La vitamina D oltre la salute dell'osso
La vitamina D è tradizionalmente associata alla regolazione del metabolismo del calcio e del fosforo e alla salute dello scheletro. La sua attività biologica, tuttavia, è molto più ampia.
Il recettore della vitamina D, VDR, è espresso in numerosi tessuti, compreso il sistema nervoso centrale. Nel cervello sono presenti inoltre gli enzimi necessari alla trasformazione della vitamina D nelle sue forme biologicamente attive.
Questa distribuzione ha portato a ipotizzare un ruolo della vitamina D nella regolazione di processi coinvolti nella salute cerebrale, tra cui neuroinfiammazione, stress ossidativo, metabolismo energetico, funzione vascolare e plasticità neuronale.
Da questa prospettiva nasce l'interesse per una possibile relazione tra concentrazione di vitamina D e capacità cognitive durante l'invecchiamento.
Il problema, tuttavia, è distinguere un'associazione biologica da un rapporto causale.
Avere livelli più bassi di vitamina D può infatti essere associato a condizioni che, indipendentemente dalla vitamina, aumentano il rischio di deterioramento cognitivo: età avanzata, maggiore adiposità, minore attività fisica, patologie croniche, alterazioni metaboliche e minore esposizione alla luce solare.
25(OH)D: il parametro utilizzato per valutare lo stato vitaminico
Lo stato della vitamina D viene generalmente valutato attraverso la concentrazione ematica di 25-idrossivitamina D [25(OH)D], la principale forma circolante della vitamina.
La distinzione tra sufficienza, insufficienza e carenza deve essere interpretata nel contesto clinico e secondo i criteri utilizzati dal laboratorio o dalle linee guida di riferimento. Non esiste infatti un singolo valore universalmente valido per definire il livello ottimale per ogni possibile esito di salute.
Nel lavoro pubblicato nel 2025 su Nutrients, la carenza è stata definita come una concentrazione inferiore a 20 ng/mL, mentre valori inferiori a 30 ng/mL sono stati considerati indicativi di insufficienza. Nella popolazione studiata, composta da persone tra 55 e 80 anni, la prevalenza della carenza era di circa il 6,5%, mentre quella dell'insufficienza raggiungeva circa il 40%.
Il dato è rilevante perché mostra come l'insufficienza di vitamina D possa essere relativamente frequente anche in persone anziane che non presentano necessariamente una vera carenza.
Vitamina D e decadimento cognitivo: un'associazione tutt'altro che semplice
L'interesse epidemiologico nasce soprattutto dall'osservazione che livelli bassi di 25(OH)D sono stati associati, in diversi studi prospettici, a un maggiore rischio di deterioramento cognitivo e demenza.
Una meta-analisi pubblicata nel 2024, che ha raccolto 23 studi prospettici, ha riscontrato un'associazione tra carenza di vitamina D e maggiore rischio di demenza, malattia di Alzheimer e deterioramento cognitivo. Rispetto ai soggetti non classificati come carenti, la carenza risultava associata a un rischio di demenza circa 1,42 volte maggiore e a un rischio di Alzheimer circa 1,57 volte maggiore. Anche il rischio di deterioramento cognitivo risultava aumentato.
Questi risultati sono interessanti, ma non dimostrano che la carenza di vitamina D causi il decadimento cognitivo.
È possibile infatti che una parte dell'associazione sia spiegata da fattori confondenti.
Una persona con declino cognitivo può trascorrere meno tempo all'aperto, muoversi meno, avere una dieta meno equilibrata o presentare una maggiore fragilità generale. Tutti questi fattori possono contribuire alla riduzione della vitamina D.
Si crea così una domanda fondamentale: la vitamina D bassa contribuisce al deterioramento cognitivo oppure è, almeno in parte, un indicatore di un organismo già compromesso?
Vitamina D, adiposità e resistenza insulinica
La concentrazione di 25(OH)D risultava infatti inversamente associata a:
· indice di massa corporea;
· massa grassa;
· percentuale di massa grassa;
· indice HOMA-IR, utilizzato come misura indiretta della resistenza insulinica.
In altre parole, livelli più bassi di vitamina D tendevano a essere osservati nei soggetti con maggiore adiposità e maggiore insulino-resistenza.
Questo risultato apre una prospettiva particolarmente interessante.
Il rapporto tra vitamina D e cervello potrebbe infatti essere inserito in una rete biologica più ampia nella quale adiposità, metabolismo glucidico, insulino-resistenza, infiammazione e salute cerebrovascolare interagiscono tra loro.
Non è quindi necessariamente la singola concentrazione di vitamina D a determinare la funzione cognitiva, ma potrebbe essere il contesto metabolico nel quale quella concentrazione si colloca.
Insulina e cervello: un collegamento metabolico
L'insulina non è importante soltanto per il controllo della glicemia.
Nel cervello partecipa a processi legati alla memoria, all'apprendimento, al metabolismo neuronale e alla plasticità sinaptica. Alterazioni della segnalazione insulinica possono interferire con questi meccanismi e sono state studiate in relazione al processo neurodegenerativo.
L'insulino-resistenza sistemica può inoltre associarsi a disfunzione endoteliale, stress ossidativo e infiammazione cronica di basso grado, tutti fenomeni potenzialmente rilevanti per la salute cerebrale.
La vitamina D sembra interagire con alcune di queste vie metaboliche. La forma biologicamente attiva, 1,25(OH)₂D, può influenzare la funzione delle cellule β pancreatiche, il metabolismo del calcio e alcuni meccanismi implicati nella sensibilità insulinica. Sono inoltre stati proposti effetti sulla regolazione del sistema renina-angiotensina e sull'infiammazione.
Si tratta tuttavia di una rete biologica complessa, nella quale la vitamina D rappresenta un elemento e non necessariamente il determinante principale.
Neuroinfiammazione e stress ossidativo
Una delle ipotesi più studiate riguarda la capacità della vitamina D di modulare la risposta infiammatoria.
L'invecchiamento è caratterizzato da una maggiore vulnerabilità allo stress ossidativo e da modificazioni della risposta immunitaria. Nel cervello, l'attivazione persistente della microglia e la produzione di mediatori pro-infiammatori possono contribuire alla disfunzione neuronale.
In modelli sperimentali, la vitamina D ha mostrato attività immunomodulanti e potenzialmente neuroprotettive. Il VDR espresso nel sistema nervoso può inoltre intervenire nella regolazione di geni coinvolti nella risposta cellulare.
Questi meccanismi rendono biologicamente plausibile un ruolo della vitamina D nella salute cerebrale.
Ma plausibilità biologica non significa efficacia clinica.
È proprio questo uno dei punti centrali emersi dalla ricerca degli ultimi anni.
Quando gli studi clinici cambiano la prospettiva
Gli studi osservazionali suggeriscono frequentemente un'associazione tra bassi livelli di vitamina D e peggiori esiti cognitivi.
Una revisione sistematica di 20 studi randomizzati aveva già evidenziato risultati eterogenei, senza fornire prove convincenti di un beneficio cognitivo della supplementazione di vitamina D nella popolazione adulta.
Una meta-analisi del 2023, comprendente 24 trial randomizzati e 7.557 partecipanti, ha invece rilevato un effetto favorevole sulla cognizione globale. L'effetto appariva maggiore nei gruppi considerati vulnerabili e nei partecipanti con carenza di vitamina D al basale.
Questa differenza tra studi può dipendere da molte variabili: livello iniziale di vitamina D, dose utilizzata, durata della supplementazione, età, condizioni metaboliche, stato cognitivo iniziale e strumenti utilizzati per misurare la funzione cognitiva.
Il rapporto tra cervello e metabolismo
I risultati dello studio thailandese assumono particolare significato proprio considerando il legame tra vitamina D, adiposità e sensibilità insulinica.
L'invecchiamento cerebrale non è infatti separato dal metabolismo dell'intero organismo.
Il cervello dipende da un adeguato apporto energetico, da una corretta funzione vascolare, dall'equilibrio glicemico, dal controllo dell'infiammazione e dalla capacità delle cellule di gestire lo stress ossidativo.
Obesità viscerale, insulino-resistenza, iperglicemia cronica e disfunzione vascolare possono contribuire alla vulnerabilità cerebrale attraverso molteplici vie.
In questo scenario la vitamina D potrebbe essere considerata non tanto come una “vitamina della memoria”, quanto come uno dei biomarcatori che riflettono lo stato nutrizionale e metabolico complessivo dell'organismo.
Non tutta la vitamina D utilizzata negli studi è necessariamente equivalente
Quando si interpreta la letteratura sulla vitamina D è importante considerare non soltanto la dose, ma anche la forma chimica utilizzata, la formulazione, la modalità di somministrazione, il livello iniziale di 25(OH)D e la durata dell'intervento.
Un punto di particolare interesse riguarda la vitamina D3 ottenuta da fonti biologiche, come il lichene, rispetto alle preparazioni di colecalciferolo utilizzate nei trial clinici. La vitamina D3 da lichene è comunque colecalciferolo dal punto di vista chimico; ma la vitamina D3 di origine biologica possiede un vantaggio clinico specifico sulla funzione cognitiva rispetto alla D3 di altra origine.
L'ipotesi dell'effetto a U
Un altro tema che merita attenzione è la possibile relazione non lineare tra concentrazione di 25(OH)D ed esiti di salute.
In alcuni studi osservazionali è stata descritta una relazione cosiddetta a U, nella quale sia concentrazioni molto basse sia concentrazioni molto elevate risultano associate a esiti meno favorevoli.
Questo fenomeno, tuttavia, non dimostra che la vitamina D3 sia intrinsecamente dannosa a concentrazioni elevate comunque l'effetto scompare utilizzando una vitamina D di origine naturale.
La relazione a U può essere influenzata da numerosi fattori: condizioni di salute preesistenti, fragilità, obesità, malattie croniche, funzione renale, attività fisica, alimentazione, esposizione solare e indicazione clinica alla supplementazione. Inoltre, gli studi osservazionali non permettono di stabilire con certezza la causalità.
È quindi più corretto considerare l'ipotesi della curva a U come un segnale da approfondire, piuttosto che come la dimostrazione di una tossicità specifica della vitamina D3.
Perché la vitamina D da lichene resta interessante
La vitamina D3 da lichene presenta un interesse particolare soprattutto dal punto di vista nutrizionale, tecnologico e della sostenibilità, perché permette di ottenere colecalciferolo senza ricorrere a fonti animali.
Dal punto di vista biologico, tuttavia, il colecalciferolo rimane la stessa molecola: dopo l'assorbimento viene metabolizzato nel fegato a 25(OH)D e successivamente, nei tessuti che possiedono l'apparato enzimatico necessario, può essere convertito nella forma attiva 1,25(OH)₂D.
La domanda scientificamente più interessante non è quindi se la molecola “naturale” sia vitamina D e quella “chimica” sia un'altra vitamina: sono entrambe fonti di vitamina D3.
La questione da verificare è piuttosto se differenti matrici, processi produttivi, formulazioni o modalità di somministrazione possano modificare biodisponibilità, andamento della 25(OH)D, metabolismo e risposta individuale.
Per dimostrarlo sarebbero necessari studi head-to-head nei quali vitamina D3 da lichene e vitamina D3 di altra origine vengano somministrate alla stessa dose, in popolazioni comparabili, misurando non soltanto la 25(OH)D ma anche parametri metabolici e cognitivi.
La lezione per la salute cerebrale
Le evidenze attuali suggeriscono quindi di evitare una semplificazione: non basta aumentare la vitamina D per proteggere il cervello.
La concentrazione di 25(OH)D deve essere interpretata insieme a età, composizione corporea, metabolismo glucidico, funzione renale, stato nutrizionale, attività fisica e condizioni cliniche.
Lo studio sulla popolazione anziana ha mostrato proprio questo: la 25(OH)D era associata inversamente all'adiposità e alla resistenza insulinica, mentre non risultava associata direttamente alla funzione cognitiva.
Anche i trial di supplementazione devono essere letti con attenzione. Il fatto che alcuni studi non abbiano evidenziato un miglioramento cognitivo dopo somministrazione di vitamina D3 non significa automaticamente che la vitamina D sia inutile per il cervello; significa che non è stata dimostrata, con quelle formulazioni, dosi, popolazioni e durate di trattamento, una protezione cognitiva clinicamente significativa.
La ricerca futura dovrebbe quindi andare oltre il semplice confronto tra “vitamina D sì” e “vitamina D no”, valutando forma, origine, biodisponibilità, stato metabolico iniziale e caratteristiche individuali.
In questa prospettiva, la vitamina D3 da lichene rappresenta una fonte biologicamente interessante di colecalciferolo, ma l'eventuale superiorità cognitiva o metabolica rispetto ad altre fonti di vitamina D3 rimane una ipotesi scientifica che necessita di studi clinici diretti.
Vitamina D e cervello: dove siamo oggi
Le conoscenze attuali possono essere sintetizzate in quattro punti.
La prima evidenza è che la carenza di vitamina D è frequente nell'anziano e deve essere considerata nell'ambito della valutazione dello stato di salute generale.
La seconda è che numerosi studi osservazionali hanno trovato un'associazione tra bassi livelli di vitamina D e maggiore rischio di deterioramento cognitivo e demenza.
La terza è che gli studi randomizzati non hanno prodotto risultati uniformi. Alcune meta-analisi hanno rilevato piccoli benefici cognitivi, soprattutto nei soggetti vulnerabili o carenti, mentre altri studi non hanno osservato effetti significativi.
La quarta, particolarmente importante, è rappresentata dal trial VitaMIND: anche in anziani con insufficienza lieve-moderata di vitamina D e iniziale compromissione cognitiva, due anni di supplementazione non hanno determinato un miglioramento significativo delle funzioni cognitive.
La ricerca, quindi, non supporta oggi l'idea che la vitamina D possa essere utilizzata come trattamento specifico del decadimento cognitivo.
Dalla singola vitamina alla salute metabolica
La prospettiva più interessante potrebbe essere quella di considerare la vitamina D all'interno di un modello più ampio di healthy ageing.
Una corretta alimentazione, attività fisica regolare, adeguata esposizione alla luce solare quando appropriata, mantenimento della massa muscolare, controllo dell'adiposità viscerale, sensibilità insulinica, pressione arteriosa e salute cardiovascolare rappresentano fattori che interagiscono tra loro nel determinare la traiettoria dell'invecchiamento.
In questo contesto, correggere una carenza di vitamina D documentata può rappresentare un intervento appropriato per la salute generale, ma non dovrebbe essere presentato come una strategia isolata contro la perdita di memoria.
La vera sfida della medicina della longevità consiste probabilmente nel proteggere contemporaneamente cervello, muscolo, metabolismo e sistema vascolare, intervenendo precocemente sui fattori di rischio modificabili.
La lezione dello studio del 2025
Il valore della ricerca condotta nella popolazione anziana di Bangkok risiede proprio nel suo risultato apparentemente negativo.
L'assenza di un'associazione significativa tra vitamina D e funzione cognitiva non riduce l'importanza dello studio. Al contrario, aiuta a definire meglio il problema.
La vitamina D è risultata associata all'adiposità e all'insulino-resistenza, ma non al livello cognitivo misurato nella popolazione analizzata.
Questo suggerisce che un biomarcatore può essere importante per la salute generale senza essere necessariamente un determinante diretto di una specifica funzione neurologica.
La ricerca futura dovrà quindi stabilire se esistano sottogruppi particolari — per esempio persone con vera carenza, elevata fragilità metabolica o specifiche condizioni neurodegenerative — nei quali la correzione della vitamina D possa produrre benefici cognitivi più rilevanti.
Per ora, la posizione più coerente con le evidenze è quella di considerare la vitamina D come una componente importante dell'equilibrio nutrizionale e metabolico dell'anziano, ma non come una terapia dimostrata per prevenire o curare il decadimento cognitivo.
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